L’esperto di geopolitica e di Medio Oriente in Cattolica, relatore alla terza serata dei «Dialoghi»: «Non abbiamo ancora avviato un percorso politico che porti a riconoscere le comunità islamiche, ma occorre evitare inutili contrapposizioni populiste»

di Annamaria BRACCINI

Riccardo Redaelli

La paura che, proprio in questi giorni, si fa sentire con forza per l’airbus precipitato con il suo carico di morti innocenti, tra cui tanti bambini. Ma anche, al di là della crudeltà della cronaca, la necessità, sempre più evidente, di elaborare politiche chiare a livello internazionale e di diffondere una conoscenza dell’immigrazione e, specie, dei mondi musulmani, capace di rispondere a banalizzazioni e timori ingiustificati.

«Evidentemente, di fronte a un problema cosi complesso e che presenta sfaccettature molto diverse, non si può cadere nel mito dell’assunzione singola di responsabilità o della soluzione in grado, da sola, di risolvere tutto: a questioni complicate devono corrispondere risposte altrettanto variegate – premette Riccardo Redaelli, docente di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica, direttore del Master in Studi del Medioriente e relatore al terzo incontro dei «Dialoghi di Vita Buona» -. Quelle soluzioni a breve, medio e lungo termine che hanno a che fare con la parte difensiva e repressiva del fenomeno, e altre che invece devono andare a toccare e cercare di risolvere le condizioni che favoriscono il proliferare della violenza jihadista. Non vi può essere, insomma, solo l’aspetto positivo dell’accoglienza totale, ma nemmeno il coté, unicamente negativo, della repressione». È questa la condizione di base per un’analisi adeguata delle migrazioni in atto.

In questo orizzonte, sussiste il problema di una conoscenza reciproca tra Occidente e Islam?
Assolutamente sì, perché abbiamo una visione distorta, superficiale dei mondi islamici. Si dimentica che l’Europa e la realtà degli Islam non solo sono vicini, ma che questi ultimi sono già “dentro” l’Europa. Che ci sia un “noi” contrapposto a “loro” è solo un’idea populista che non serve a nulla. La conoscenza delle comunità crescenti di musulmani nelle nostre terre è fondamentale, ma è solo il primo passo: occorre andare oltre nel rispetto reciproco, nella condivisione di spazi comuni intorno a un set di valori, appunto, condivisi.

I foreign fighters indicano, però, proprio l’impossibilità di un modello di partecipazione civile e, come è emerso nella seconda serata dei «Dialoghi», esprimono il fallimento educativo per i giovani che vivono nelle grandi periferie degradate. In Italia come è la situazione?
Storicamente stiamo meglio di altre Nazioni, perché abbiamo comunità più piccole, diffuse, con meno aree di disagio e arriviamo solo alla seconda generazione di immigrati, mentre altrove si è già raggiunta la terza o la quarta. Tuttavia, non abbiamo ancora avviato un percorso politico che porti a riconoscere le comunità islamiche. È evidente che, all’interno di tali realtà, vi siano delle problematiche, ma non sono esse stesse il problema. Proprio per questo dobbiamo cambiare l’approccio a tali comunità, affinché collaborino con le autorità fermando la deriva della radicalizzazione. Un aspetto cruciale – specie a fronte della drammatica denatalità del nostro Paese – è passare dalla visione di un Islam in Italia a quella di un Islam italiano.

Su questo si può dire una parola chiara?
Certo: non c’è un invasione di profughi in Italia, i profughi non sono tutti foreign fighters, anzi quasi nessuno; i profughi non sono solo musulmani, ma ci sono molti cristiani; la migrazione non è un’emergenza, ma ormai un fenomeno strutturale a cui è inutile rispondere con i muri e il filo spinato che non hanno mai fermato nessuno.

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