La Caritas Ambrosiana e la Pastorale del lavoro della diocesi hanno avviato il Gruppo contratti di quartiere. Due gli obiettivi: valorizzare la partecipazione nelle zone e richiamare le istituzioni a dare risposte alle tante urgenze sociali. Intervista a Sandro Antoniazzi


Redazione

25/03/2008

di Pino NARDI

«Uno dei problemi sociali più gravi delle periferie di Milano sono i ragazzi che non studiano e non lavorano. Ne bocciano un’infinità, sono migliaia in giro per le strade e non sanno cosa fare. Un problema enorme di cui nessuno si fa carico. Milano non è in grado di avanzare una proposta per un loro inserimento sociale, civile, lavorativo: rimarranno emarginati, frustrati e arrabbiati».

Sandro Antoniazzi punta il dito su una piaga nascosta, sottotraccia nella frenesia della metropoli. È solo una delle tante emergenze sociali che stanno affiorando dal lavoro del Gruppo contratti di quartiere. Costituito da poche settimane dalla Caritas e dalla Pastorale del lavoro, riunisce rappresentanti delle cinque zone che hanno sottoscritto con le istituzioni locali i contratti di quartiere: Ponte Lambro, San Siro, Molise-Calvairate, Gratosoglio e Corvetto. Responsabili del gruppo, oltre ad Antoniazzi in rappresentanza della Pastorale del lavoro, don Eugenio Brambilla, responsabile delle periferie della Caritas.

Antoniazzi, chi partecipa a questo gruppo?
Più preti, perché c’è un problema di responsabilità verso le istituzioni, ma anche per mancanza di laici adulti. Uno degli scopi del gruppo è vedere i bisogni per dare indicazioni su come intervenire, ma anche fare una riflessione su come la comunità cristiana può essere presente innanzitutto evangelicamente, più che come intervento “sociale e politico”, proprio a partire dai laici.

Quali sono i principali temi su cui vi state impegnando?
La riflessione centrale è su due. Primo: la partecipazione di associazioni e gruppi attivi nelle zone. Vorremmo essere una camera di dibattito, un luogo dove esperienze diverse si possono liberamente confrontare, perché spesso hanno poca voce e le istituzioni non le valorizzano abbastanza. Quindi è un’occasione per rafforzare le presenze dal basso, non solo cattoliche, in modo da orientarci sulle questioni sulle quali puntare con obiettivi realizzabili.

E il secondo aspetto?
Sono la dinamica e la coesione sociali. Nei contratti ci sono questi aspetti come condizioni di partenza, ma in genere sono progetti tradotti in strutture e comunque molto parziali. Non sempre sono la risposta più importante ai problemi sociali del quartiere. Faremo un esame di ciò che è stato fatto, per capire quali sono le esigenze e cosa bisognerebbe fare.

I contratti di quartiere stanno funzionando?
Sta andando avanti la parte delle ristrutturazioni degli alloggi. La difficoltà maggiore è che bisogna spostare gli inquilini. In alcuni casi hanno rinunciato e cambiato i programmi. In altri, dove la difficoltà maggiore è quella degli abusivi, hanno superato gli ostacoli con accordi: oggi l’Aler è elastico e trova le soluzioni, altrimenti non va avanti. Invece per la parte sociale si è molto indietro o non si è fatto nulla. Una giustificazione, che per noi non sta in piedi, è che bisogna fare prima la parte “fisica”, poi quella sociale. Ma poi non succederà niente. Rischia di essere uno specchietto per le allodole.

Quali sono le emergenze?
Ci sono famiglie separate, spesso in condizioni di povertà e non in grado di seguire i bambini e i ragazzi, che crescono molto male. Per l’anziano solo ci vorrebbero più attività a domicilio, anche perché ci sono ultraottantenni che aspettano fino all’ultimo per farsi ricoverare. Poi abitano al 4° piano senza ascensore, guadagnano pochissimo e fanno fatica a vivere. Questi sono i problemi delle case popolari. È necessario cercare più socialità: la presenza di immigrati, di clandestini, di anziani che hanno paura, di famiglie divise, non consentono la socializzazione. Qui per i cattolici ci sarebbe un lavoro enorme di incontro.

Qual è il rapporto con le istituzioni?
Ci sono a livello di quartiere, attraverso i laboratori gestiti da associazioni o cooperative che hanno avuto l’appalto dal Comune. Qualcuna si dà da fare, altri non muovono un dito se non c’è l’accordo del Comune, che è molto assente, al contrario dell’Aler.

Un Comune attento al centro storico, meno alle periferie…
Da un lato è assente, dall’altro in effetti i problemi sono enormi: hanno paura di doversi confrontare troppo e quindi promettere. Il Comune è indietro di 20-30 anni nella comprensione: pensano che il sociale non cambi, invece lo fa più rapidamente delle tecnologie. Quando si dice che fanno poco, rispondono che spendono più degli altri Comuni. Ma questa è la spesa storica, di come si affrontavano le questioni trent’anni fa, non è più adeguata alla situazione di oggi. C’è bisogno di un ripensamento della politica sociale, anche da parte di sociologi. Sono necessari progettisti sociali.

Che contributo offre il vostro gruppo?
Faremo una rilevazione con due esperti che in Caritas seguono i problemi del territorio: Sara Zandrini ed Emanuele Polizzi. Realizzeremo con loro cinque incontri in ogni quartiere, con una traccia comune. Analizzeremo i bisogni sociali, il livello di intervento delle associazioni, le prospettive di coesione sociale. Dopo questo rilievo, faremo un convegno per sollecitare ad andare avanti, in parte chiedendo al Comune interventi di sostegno al lavoro delle associazioni. L’obiettivo è poi avanzare qualche proposta, qualche idea di intervento.

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