L’intervento del presidente del Pontificio Consiglio della Cultura al convegno dei medici cattolici milanesi, centrato sull’esperienza della malattia e della sofferenza come rivelatore del senso e del limite dell’esistenza umana

di Annamaria BRACCINI

In un mondo nel quale la medicalizzazione, la cura del corpo non solo terapeutica, ma in tutte le sue varianti, tocca livelli record; nell’epoca in cui la parola “salute” – e di conseguenza “benessere” – appaiono quasi magiche, più che mai l’uomo tende a negare il male e la morte. Perché? Qual è la radice di un atteggiamento che attraversa tutte le civiltà attuali?. E, ancora, come confrontarsi sulla malattia che può aiutare a comprendere meglio la propria umanità? Come, da cristiani consapevoli, approfondire le ragioni del credere nel momento della sofferenza? Questi i temi che hanno guidato l’intensa mattinata di studio annuale promossa dall’Associazione Medica Cattolici Italiani, sezione di Milano “Santa Gianna Beretta Molla”, svoltasi presso l’Assolombarda.

Aperto dal presidente Giorgio Lambertenghi Deliliers, che ha ricordato i convegni di questi anni caratterizzati da un crescendo di consenso – auspicando nel contempo la possibilità di un’associazione transnazionale dei medici cattolici, l’incontro ha visto l’autorevole presenza del cardinale Gianfranco Ravasi.

Accanto a lui, tra i relatori delle due sessioni in cui si è articolata la mattinata dal titolo “La dimensione antropologica e teologica della malattia: il Signore guarisce tutte le malattie”, il filosofo Massimo Cacciari, padre Carlo Casalone, superiore provinciale dei Gesuiti d’Italia, la psicoterapeuta Paola Bassani e Alessandro De Franciscis, che ha portato la sua forte testimonianza quale quindicesimo medico permanente e presidente del Bureau des Constatations Médicales di Lourdes. Un’assise, ha sottolineato da parte sua Alfredo Anzani, della Pontificia Accademia per la Vita, che «si pone come appuntamento non solo per “addetti ai lavori”, ma che è divenuta, nel tempo, una vera e propria occasione di apertura alla città e di riflessione della comunità civile».

«La malattia non è mai solo una questione biologica, comporta spesso un cambiamento di priorità nella nostra vita, una riflessione – che si sia credenti o meno – sui valori che muovono l’essere, in ultimo sul senso stesso della vita», ha spiegato il cardinale Ravasi, che la sera precedente al convegno aveva presieduto una celebrazione eucaristica nella chiesa dell’Ospedale Maggiore. «Cristo non è venuto per cancellare il dolore, ma per riempirlo di significato, anche se è umano chiedere a Dio la ragione della sofferenza», ha spiegato ancora il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.

«D’altra parte – ha proseguito -, la fondazione degli ospedali testimonia appunto dell’attenzione continua e specifica dei cristiani al mondo della sofferenza e ai malati, nata grazie alla convinzione certa di un Salvatore morto in croce e risorto. Bisogna, tuttavia, riconoscere che il mistero, l’Aldilà, è pur sempre un mistero, ed è indubbio che la modernità sia stata colpita da un’illusione che è quella offerta dalla tecnica: ossia che tutti limiti della persona umana, come la morte, siano superabili. Tanto è vero che gli studiosi parlano di una società “postmortale” o “amortale”. Per questo è importante riflettere in maniera seria su questioni come il dolore, che rimangono comunque laceranti. In un simile contesto, l’uomo non ha a disposizione soltanto la conoscenza tecnico-scientifica, ma deve accettare la sfida del “rischio della fede”, appunto perché il Signore ha fecondato la sofferenza e l’aspettativa della morte».

«Questo è il senso veramente soprannaturale e insieme umano della sofferenza. È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova se stesso, la propria dignità e missione», ha aggiunto de Franciscis.

Un “ritrovare se stesso” che, per Cacciari, evidenzia nel momento del manifestarsi della malattia la condizione di «finitezza» dell’uomo: «Ma è avvertendo quest’ultima che si può così comprendere anche la fede, pur se «non è facile che esistano teologie consolatorie».

Insomma, la questione fondamentale «nell’esperienza del patire» – come è emerso da tutte le relazioni – attiene a quello che si può definire «il senso della vita», per usare le parole di padre Casalone.  «Non si tratta di correggere la scienza, né di caricare la medicina o la pratica clinica di compiti esorbitanti. É bene che la scienza continui a espandere le proprie conoscenze. Quello che mi sembra importante è però che non si interpreti la malattia solo attraverso il sapere delle scienze naturali. Occorre lasciare spazio a un orizzonte più ampio, in cui possano emergere le domande poste dall’esperienza di malattia riguardo al senso dell’esistenza, con la sua fragilità e la sua finitezza. Queste domande sono un richiamo per tutti, sani e malati. In questa prospettiva anche la relazione di cura potrà crescere sul terreno della prossimità: una relazione in cui sia il malato, sia chi lo cura si riconoscono appartenenti a una comune umanità», ha concluso.

Ed è appunto il termine “riconoscimento” che è più volte risuonato nelle riflessioni del convegno, anche nella testimonianza della malattia provata in prima persona, venuta da Paola Bassani: «Sentirsi riconosciuti e rispettati nell’angoscia e nella rabbia facilita la persona a essere consapevole e responsabile della propria forza vitale». Una forza che, nonostante tutto, anche se si grida nell’angoscia, può essere vòlta alla speranza. 

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