Arriva anche a Milano la bella esposizione didattica che racconta come è stata costruita la cattedrale ambrosiana, grazie in primo luogo ai contributi e alle offerte della gente "normale". Fino al 29 aprile al Palazzo dei Giureconsulti, con ingresso libero e visite guidate.

di Luca FRIGERIO

Peduccio Duomo Milano

Il ricco mercante, l’umile vecchietta, la cortigiana redenta, il soldato straniero. Quattro personaggi realmente vissuti che, a cavallo fra Tre e Quattrocento, hanno fattivamente contribuito, ciascuno secondo le proprie possibilità, alla costruzione del Duomo di Milano, la loro cattedrale. Quattro singoli individui: eppure anche quattro ideali rappresentanti di altrettante categorie di cittadini e dei diversi strati sociali, uomini e donne, giovani e anziani. Tutti uniti nella realizzazione di un’impresa grandiosa, che si sarebbe protratta per secoli, generazione dopo generazione, ciascuno consapevole di non essere altro che una minuscola tessera di uno straordinario mosaico. Eppure, proprio per questo, unica e indispensabile nel disegno complessivo.

È una mostra davvero ben fatta, intelligentemente didattica, quella che da diversi mesi ormai, dopo la prima presentazione al Meeting di Rimini lo scorso agosto, sta girando per paesi e parrocchie della diocesi ambrosiana. E che oggi finalmente approda anche a Milano, ospitata in un luogo simbolo dell’orgoglio civico metropolitano come il Palazzo dei Giureconsulti. Una mostra che spiega, racconta e dimostra come la cattedrale degli ambrosiani non sia stata eretta in primo luogo per volontà di principi e vescovi, né sia stata finanziata innanzitutto da sovvenzioni statali o da elargizioni ecclesiastiche, ma sia veramente il frutto mirabile dell’amore quotidiano di un popolo intero. Gente “normale” che ha saputo dare, sempre e comunque, anche fra guerre e carestie, anche nei tempi più duri e difficili, un contributo speciale per dare forma a un ideale e sostanza a una fede.

«Ad Usum Fabricae. L’infinito plasma l’opera» è il titolo di questa rassegna itinerante sulla costruzione del Duomo di Milano, realizzata – così come il relativo, agile catalogo – da Mariella Carlotti e Martina Saltamacchia, due studiose che hanno affrontato in modo originale e singolarmente efficace le vicende della cattedrale ambrosiana, ribaltando prospettive spesso distorte, e tornando invece a far parlare in primo luogo proprio le carte e i documenti, che conservano più “passione” e verità di quanto si sia solitamente disposti a immaginare.

Sì, perchè sono proprio i registri della Veneranda Fabbrica, così “milanesi” nella loro diligente precisione, a fornirci il quadro reale dei contributi via via raccolti per i lavori del Duomo di Milano, e quindi dei diversi donatori. Contributi in denaro, certo, a volte interi patrimoni, spesso significative eredità, ma per la maggior parte modeste offerte di singoli o di famiglie, eppure costanti e continue: le vere risorse e le sicure entrate su cui la Fabbrica potè sempre e comunque contare, dalla posa della prima pietra nel 1386 fino ai nostri giorni. Ma anche contributi in ore di lavoro, in prestazioni artigianali gratuite, in servizi a favore della cattedrale e, più in generale, della collettività. In un concorso di generosità a tratti perfino commovente, che dovrebbe tornare a modello e ispirazione anche oggi.

I pannelli della mostra ci ricordano così alcune figure emblematiche, esemplari per sensibilità e altruismo. Come il ricco mercante Marco Carelli, appunto. Un uomo d’affari dal fiuto infallibile, abile e spregiudicato, con interessi in mezza Europa, che sentendo giungere la fine, nel 1391 nominò erede universale della sua immensa fortuna proprio la Veneranda Fabbrica, per quella erigenda cattedrale che ancora oggi ne conserva le spoglie, perpetuandone il nome nella sua prima guglia. O come l’anziana Caterina di Abbiateguazzone, che nel 1387, come si legge nei registri delle oblazioni, offrì al Duomo il suo unico bene, una misera pelliccetta: valutata una lira, essa venne riscattata all’asta da un altro benefattore e riconsegnata alla povera donna, mentre i fabbricieri, commossi da quel gesto, le diedero tre monete d’oro per permetterle di recarsi a Roma in pellegrinaggio, suo massimo desiderio.

O ancora come Marta de Codevachi, cortigiana padovana che a Milano aveva fatto tesoro della sua bellezza, mettendo insieme in pochi anni un notevole patrimonio, che volle poi donare al grande cantiere ambrosiano, senza però dimenticare altre donne meno fortunate di lei. O come, infine, il capitano Alessio della Tarchetta, che nel 1480 coprì di tasca propria le spese per il nuovo altare alla Vergine, come ringraziamento per le molte grazie di cui aveva beneficiato nella sua avventurosa vita: lui, albanese di nascita, che nel ducato milanese aveva trovato fama e onori. Perché all’ombra della cattedrale ambrosiana nessuno può sentirsi straniero.

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