Ormai settantenne, al culmine della sua carriera, il maestro fiorentino giungeva nel capoluogo lombardo chiamato da Azzone Visconti per decorare la sua reggia. Era il 1335. Più nulla è rimasto di quelle opere, ma in Lombardia la pittura cambiò radicalmente corso. Le tracce e gli influssi giotteschi in terra ambrosiana, da San Gottardo in Corte all'Arcivescovado, fino all'abbazia di Viboldone.

di Luca FRIGERIO

Giotto mostra

Carico di anni e di onori, all’apice di un’entusiasmante carriera, Giotto giungeva a Milano, chiamato dal nuovo e potente signore della città, Azzone Visconti. Era probabilmente il 1335, e il maestro fiorentino, celebrato e ammirato come nessun altro da un capo all’altro della Penisola, si avvicinava allora al suo settantesimo compleanno.

Firenze era stata ben lieta di soddisfare la richiesta del Visconti, inviando nel capoluogo lombardo uno dei suoi cittadini più illustri, vero e proprio <ambasciatore> del primato culturale toscano in quei primi decenni del Trecento. Azzone, dal canto suo, voleva mostrare chiaramente la “novità” della sua signoria, proclamata anche attraverso l’arte, a cominciare dalle sale di rappresentanza della sua nuova dimora, che sorgeva nell’area dell’attuale Palazzo Reale. Proprio là dove oggi Milano racconta l’epopea giottesca con una mostra straordinaria, ricca di capolavori (un ampio servizio sul numero di dicembre del mensile diocesano Il Segno).

Nella sontuosa reggia milanese, così, Giotto dipinse quella che i cronisti medievali ricordano come una “gloria mondana”, con una galleria di personaggi storici e mitologici, da Ercole a Carlo Magno – passando persino per Attila! – che doveva apparire come una sorta di legittimazione dinastica del governo di Azzone Visconti (che aveva appena “acquistato” il titolo di vicario imperiale per Milano).

Un ciclo maestoso, eseguito anche con una profusione di ori, lapislazzuli e smalti, secondo un gusto in voga nelle grandi corti europee dell’epoca (già ammaliate dallo stile “gotico”), ma in un certo modo “insolito” per il venerando maestro, che tuttavia dimostra la sua propensione fino all’ultimo per l’innovazione e per la sperimentazione.

Oggi, purtroppo, nulla è rimasto di tutto ciò. Il palazzo di Azzone, infatti, fu oggetto di radicali trasformazioni già dai suoi successori, così che ogni traccia dei dipinti giotteschi è andata perduta. E tuttavia la pur breve presenza del maestro fiorentino a Milano ha inciso immediatamente e fortemente sull’ambiente artistico ambrosiano, determinando un’autentica rivoluzione in campo pittorico, soprattutto nei cantieri viscontei, che avrà effetti duraturi.

La testimonianza più prossima all’esperienza milanese di Giotto è quella oggi conservata proprio nella chiesa palatina di San Gottardo in Corte, annessa all’antica reggia ducale, integralmente restaurata nei mesi scorsi dalla Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Si tratta di una parte assai rovinata di una Crocifissione, scoperta agli inizi del Novecento sulla base del campanile, che rivela una volumetria delle figure di stampo chiaramente giottesco e che mostra, pur nelle lacune, un trattamento dei colori, “dolci” e “sfumati”, molto vicino all’ultima maniera del nostro pittore.

L’opera è stata variamente attribuita a diversi artisti della cerchia più vicina a Giotto, da Maso di Banco a Stefano di Ricco e a suo figlio Tommaso (più noto come Giottino): allievi e discepoli che potrebbero aver seguito il maestro stesso nella sua trasferta a Milano, per poi rimanervi o tornarvi anche in un secondo tempo. E che a loro volta furono influenzati dall’approccio pittorico lombardo, così tipicamente attento al dato realistico e naturale, al punto da sviluppare un linguaggio davvero nuovo per forza ed espressività.

Di quegli stessi anni, e cioè del quarto decennio del XIV secolo, sono anche alcuni interessanti frammenti pittorici rinvenuti nel Palazzo Arcivescovile, lacerti di un vasto ciclo che doveva illustrare il mito della nascita di Roma: un tema “inedito” per una corte dell’Italia del Nord, ma che appare ben funzionale al programma politico di una dinastia, quella dei Visconti, che rivendicava la fondazione di una “nuova” Milano… In questo caso, l’autore degli affreschi sarebbe un pittore lombardo, ma prontamente formatosi proprio alla scuola giottesca.

In questo ambiente si sviluppa anche la personalità di Giusto de’ Menabuoi, pittore fiorentino, arrivato a Milano forse giovanissimo al seguito dello stesso Giotto, o in età più adulta per sfuggire la peste del 1348, e poi a lungo attivo nel capoluogo lombardo. A lui, infatti, sono assegnati gli splendidi affreschi del tiburio dell’abbazia di Viboldone, che dimostrano una profonda meditazione dei modelli giotteschi (soprattutto quelli della Cappella degli Scrovegni a Padova), pur non rinunciando a una personale elaborazione.

Ma l’avventura di Giotto a Milano porterà, seppur indirettamente, anche a un cammino “inverso”. E cioè la discesa verso Firenze di pittori lombardi, come ad esempio l’acclamato Giovanni da Milano, che dopo aver maturato una sensibilità prettamente giottesca introdurranno nel cuore della Toscana un’attenzione narrativa per il quotidiano, più marcatamente settentrionale. Realtà e poesia, insomma, “ritratte” insieme.

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