La tragedia di Lampedusa ha riacceso il dibattito sulle politiche per regolare l’immigrazione. Giovanni Carrara, presidente del Consorzio “Farsi prossimo” che a Milano riunisce le cooperative impegnate su questo fronte: «Si rischia di spostare una mole imponente di risorse sulla repressione, anziché sull’integrazione». Don Quadri: «Con la nostra preghiera abbiamo invocato un cambiamento interiore»

di Stefania CECCHETTI

«Nessuno di noi può chiamarsi fuori dalla tragedia di Lampedusa. Preghiamo perché lo Spirito del Risorto ci faccia comprendere che la carità non ha confini e che il dono della fede ci spinge ad abbracciare ogni bisogno materiale e spirituale». Parole del messaggio che il cardinale Scola ha indirizzato ai fedeli presenti alla Veglia di preghiera organizzata lunedì scorso dalla Pastorale dei migranti nella chiesa di Santo Stefano.

Da anni, ormai, la Diocesi si fa carico dei «bisogni materiali e spirituali» dei profughi attraverso il Consorzio di cooperative “Farsi Prossimo” promosso da Caritas Ambrosiana. Ce ne parla il presidente Giovanni Carrara: «La prima struttura dedicata ai richiedenti asilo e ai rifugiati, la “Casa Marta Larcher” attiva nel decanato Venezia, è stata aperta nel 1992. Non era così scontato, in quegli anni, dedicarsi specificatamente a questa tematica».

Oggi gli operatori delle cooperative della “Farsi Prossimo” gestiscono, in convenzione con il Comune di Milano, 6 centri di accoglienza e diversi appartamenti, per un totale di 327 posti. Spiega ancora Carrara: «Agiamo su più fronti. Il primo è quello dell’accoglienza immediata, con progetti che fanno riferimento allo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati promosso dal Ministero dell’Interno». Ci sono poi altri servizi di secondo livello, come le case di seconda accoglienza, dove i rifugiati vivono quando hanno già una loro parziale autonomia: «Sono strutture non dedicate specificatamente a questo target, gestite da una rete di soggetti che va dalla stessa Caritas alle parrocchie, a fondazioni e associazioni legate al territorio». «Infine – aggiunge Carrara – ci sono le strutture dedicate alle situazioni di grave emarginazione della città, come il centro di via Sammartini che accoglie persone che vivono per strada. Tra queste spesso troviamo anche i profughi, prima che abbiano avuto accesso ai percorsi istituzionali o anche dopo, se hanno vissuto difficoltà personali particolari».

Oggi, a costringere un profugo a tornare sulla strada, può essere la difficoltà a trovare lavoro: «Negli ultimi anni, a causa della crisi economica, questo problema è il principale fattore che rallenta o impedisce percorsi di autonomia e integrazione». Ma non c’è solo la crisi, quello dei profughi è un dramma in continua evoluzione: «Negli anni Novanta – precisa Carrara – erano soprattutto perseguitati politici, che fuggivano dai loro Paesi a titolo personale. Il più delle volte si trattava di persone con coscienza politica, cultura, status medio-alto. Oggi, spesso, si muovono popoli interi, e ci troviamo quindi ad avere a che fare con molte più persone, appartenenti a tutti i ceti sociali».

A un problema così complesso la politica spesso non sa dare risposte adeguate. Lo ha sottolineato il cardinale Scola nel suo messaggio: «Chiediamo alle autorità italiane ed europee di collaborare con solerte decisione alla ricerca e all’attuazione di nuove ed equilibrate politiche per l’immigrazione». «Mi sembra che l’accento e il richiamo su una rivalutazione delle politiche migratorie, fatto non solo all’Italia, ma all’Europa, sia centrale – commenta Carrara -. Vivere l’Europa come fortezza sotto assedio non giova né ai profughi, né all’Europa stessa, che finisce per avere una non corretta coscienza del fenomeno e della sua portata storica. Il rischio è di spostare una mole imponente di risorse sul versante repressivo, anziché su politiche di prevenzione e di accoglienza».

In questo senso è importante tenere accesa la speranza del cambiamento, come ricordava già monsignor Giancarlo Quadri, responsabile della Pastorale dei migranti, durante la Veglia: «Con la nostra preghiera abbiamo invocato un cambiamento interiore, presupposto per ricordare sempre e per assumersi un impegno preciso: agire per cambiare le cose. Occorre coraggio, certo, ma se convertiamo il nostro cuore in modo autentico, penso che molte situazioni possano essere risolte o almeno migliorate secondo giustizia».

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