Se c’è un’offerta significa che c’è una domanda, se c’è un mercato è perché c’è una clientela. Ma in questo caso il “prodotto” in vendita è un corpo. Da qui nasce l’immoralità di chi lo vende e di chi lo acquista

di Roberto DAVANZO
Direttore di Caritas Ambrosiana

Forse vale la pena sgombrare il campo da ogni equivoco. Come comunità cristiana ci siamo sempre dichiarati contrari a ogni progetto di abolizione della legge Merlin, che dal 1959 prevede la messa al bando delle cosiddette “case chiuse”; la motivazione di ciò non va certamente ricercata in chissà quale moralismo un po’ bacchettone, un po’ retrò. Se una donna, in assoluta libertà, senza essere costretta da condizioni economiche sfavorevoli, né da qualche moderno schiavista, dovesse decidere di esercitare “la” professione, francamente non credo che nessuno avrebbe motivo per poter eccepire. Noi non ci occupiamo delle escort di alto bordo che ospitano i loro clienti in loft di lusso. A noi stanno a cuore le innumerevoli ragazze, italiane e straniere, sempre più giovani, sempre più sfruttate da una criminalità che si è gettata a pesce sul fenomeno migratorio che offriva e continuerà a offrire storie di desiderio di riscatto e di futuro, spessissimo frustrate da meccanismi perversi di violenza e di ricatto.

Detto questo, una riflessione etica emerge con forza. Ed è quella relativa alla considerazione, persino banale nella sua evidenza, che se c’è un’offerta significa che c’è una domanda, se c’è un mercato è perché c’è una clientela. Ora, quando si parla di prostituzione, non possiamo ignorare che il “prodotto” in vendita non è un’automobile o un profumo, ma una persona, una donna, un corpo che, per quanto ci si sforzi, non potrà mai essere sganciato da ciò che lo rende diverso da ogni altro corpo: desideri, sogni, sentimenti.

Quante volte ci hanno spiegato che noi umani non abbiamo un corpo, ma che siamo un corpo. Dunque che non ci è più lecito pensare in modo “dualistico” all’uomo come somma di corpo e anima. Siamo una cosa sola, inscindibile, inseparabile. Ecco allora fondato il carattere “immorale” della prostituzione, sia dal punto di vista di chi vorrebbe vendere questa merce che è il corpo di una donna, sia da quello che la vorrebbe acquistare: il cliente.

Sappiamo bene – almeno dai tempi del film Un uomo da marciapiede – che la merce di cui parliamo talvolta è anche il corpo maschile. Ma il ragionamento che vogliamo fare è al femminile, se non altro per una questione statistica. E dunque è sul cliente maschio che vale la pena di fissare l’attenzione. Per chiedersi anzitutto se sarà mai possibile arrivare a capire perché, malgrado l’evoluzione della società e in particolare la crescita di consapevolezza della pari dignità della donna rispetto all’uomo, ancora si consideri tutto sommato “normale” che il corpo femminile possa essere fatto oggetto di commercio, di fatto finendo per assecondare lo sfruttamento criminale delle donne. Quello che stupisce è che lo stigma con cui si è marchiata ogni forma di dipendenza (alcool, sostanze…), non lo si trovi nella cultura occidentale a proposito di quanti continuano ad agire come se l’amore si potesse comprare.

Persino nelle società che, a volte con orgoglio, ostentano le loro radici cristiane, ben raramente si percepisce una qualche censura, una qualche forma di tabù a proposito di quei maschi, magari anche “felicemente” sposati, che regolarmente usano comprare sesso. In questi ultimi anni abbiamo giustamente affinato la sensibilità e la denuncia rispetto agli abusi sui minori. Ma la donna abusata dal suo aguzzino e comprata da un cliente non sembra meritare, per la nostra opinione pubblica, una analoga censura.

Parliamo dunque di legge Merlin, di decoro dei nostri marciapiedi, di lotta allo sfruttamento della donna. Ma non smettiamo mai di attivare ogni fantasia educativa nei confronti del mondo maschile, primo destinatario di ogni azione di cambiamento.

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