Per diversi motivi, il cardinale Montini, partito per Roma ed eletto Papa, non è più tornato nella città e nella diocesi che guidava. I vari tentativi falliti dell’arcivescovo Giovanni Colombo

di Annamaria BRACCINI

Sarebbe tornato, prima o poi. Lo aveva detto subito, all’indomani della sua elezione al Soglio di Pietro, perché, lui – e parliamo di Paolo VI – il cuore a Milano lo aveva lasciato davvero. Nella città e nella Diocesi che i Papi, più che vederli arrivare, era abituata a vederli andar via. Era già accaduto, in quel XX secolo così ricco di carismi diversi per la Chiesa ambrosiana, ad Achille Ratti, che in una gelida mattina del gennaio 1922, da soli sei mesi arcivescovo di Milano, era uscito dall’Episcopio, varcando il portone di piazza Fontana. Non sarebbe tornato più, perché il 6 febbraio sarebbe divenuto Pio XI. E, allora, i Pontefici non lasciavano mai il Vaticano (il primo per la cronaca, sarà Giovanni XXIII con lo storico viaggio in treno a Loreto e Assisi).

Invece, 41 anni dopo, Giovanni Battista Montini – che il 21 giugno 1963 appunto assunse il nome di Paolo VI e che ambrosiano non era, ma lombardo sì, bresciano di Concesio -, fu il primo Papa ad attraversare addirittura gli oceani. E, allora, ritornare nella “sua” Milano, oltreché una speranza, poteva essere una realtà concreta. Ma così non fu.

In verità, molti erano stati gli auspici immediati, anzitutto da parte del successore del cardinale Montini alla guida della Diocesi, l’arcivescovo Giovanni Colombo che non abbandonerà mai l’idea, come si può leggere nell’affettuoso volume Ricordando G.B. Montini. Arcivescovo e Papa del 1987.

Eppure, una iniziale certezza di tanti tentativi in questo senso, arriva – se così si può dire – da parte laica, da Palazzo Marino. Il 21 dicembre 1963, a sei mesi esatti dall’elezione al Soglio, per visitare il Santo Padre in Vaticano, si reca l’intera amministrazione comunale guidata dal sindaco Gino Cassinis che aveva invitato Paolo VI a Milano, a nome della città. Il Papa, nel corso della stessa udienza, risponde: «È opportuno rimettersi alle disposizioni della Divina Provvidenza…». Come si sa, non se ne fece nulla.

Passano quattro anni. Siamo nel 1967, il 13 luglio, per l’esattezza, data di una lettera a Paolo VI, da minuta dattiloscritta, a firma del cardinal Colombo: «Beatissimo Padre, è tempo che vi esprima l’ardente desiderio di tutti i fedeli della diocesi ambrosiana: essi implorano di rivedere tra loro, almeno per un giorno Colui che ebbero la provvidenziale fortuna di avere come loro amatissimo Pastore…». Non un appello vago, quello di Colombo, anzi: infatti, l’Arcivescovo dopo aver sottolineato (un poco maliziosamente?) che il Papa aveva già pellegrinato in diverse città d’Italia indica la felice coincidenza con l’Anno della fede indetto per il 1967-68 (come non notare che Benedetto XVI sarà tra noi a poche settimane dall’inizio dell’Anno della fede, da lui voluto), facendo presenti l’opportunità di due date propizie, il 22 ottobre o la domenica successiva. Scorrono così l’attesa proclamazione delle eroicità delle virtù del Servo di Dio Andrea Carlo Ferrari, la benedizione per l’avvio della Facoltà Teologica Interregionale e persino il possibile battesimo di un giovane venuto dalla «nostra Missione di Kariba» cui imporre il nome di Agostino…

Purtroppo nulla di tutto questo fu possibile e trascorsero altri anni: è il 19 ottobre 1973, ancora il cardinale Colombo scrive a Montini, nel segno di una speranza ormai «caduta», ma «a lungo e segretamente coltivata», di poter avere il Pontefice all’inaugurazione, fissata per il 3 novembre, del rinnovato e completamente restaurato Seminario di Corso Venezia. Come è noto e come ricorda una lapide in Seminario, sarà poi il cardinale Confalonieri, inviato dal Papa, a benedire tale inaugurazione, perché, si disse, Paolo VI non aveva potuto rivedere l’amato Seminario, per motivi di sicurezza pubblica.

Sia come sia, nel cuore del cardinale Colombo questo mancato pellegrinaggio montiniano deve essere rimasto a lungo, tanto che – lo dirà lui stesso –  il 7 agosto 1978, di fronte al feretro del Santo Padre spirato da poche ore, al «padre delle nostre anime, caro grande amico», il pensiero dell’Arcivescovo fu ancora «perché non sei venuto più a visitarci?».

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