Don Giuseppe Vegezzi, prevosto e tra poco anche Decano di Rho, sede “fisica” dell'Expo, racconta l'impegno del territorio, tra radicamento alle tradizioni e prospettive globali

di Annamaria BRACCINI

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«Tra noi sacerdoti di Rho, specie per quanto riguarda la parrocchia di Mazzo che sarà territorialmente coinvolta più delle altre, ci siamo chiesti quali potranno essere le risposte da dare alle tante attese che certamente si creeranno con Expo. Saremo a contatto quotidiano con altre culture e altri modi di pensare. Questo ci obbliga, come Chiesa, a interrogarci fin d’ora sul tipo di contributo che potremo offrire». Don Giuseppe Vegezzi, prevosto e, da marzo, anche Decano di Rho, sintetizza così la volontà di “esserci” della popolosa comunità che ospiterà concretamente i luoghi e i padiglioni dell’Esposizione. E prosegue: «Ne ho parlato proprio la settimana scorsa con il cardinale Scola per definire i “passi” da compiere in vista di questa sfida».

Cosa si aspetta da Expo la gente di Rho?
Direi che la speranza diffusa è quella di rendere Rho ancora più vicina alla grande città, alla metropoli, a Milano. Teniamo conto che parliamo di una realtà di oltre 54 mila abitanti che vive ancora – vorrei dire, fortunatamente – aspetti che potremmo definire di “paese”, con un senso profondo di appartenenza. Nello stesso tempo, tuttavia, la sensazione è quella di una sentita ricerca, a livello popolare, di più ampi orizzonti: credo che questo sia ciò che la gente attende. Senza dimenticare l’aspettativa, resa più acuta dalla crisi, che si possano creare posti di lavoro e nuove o inedite possibilità occupazionali. Come comunità cristiana ci stiamo appunto domandando come accogliere le richieste che stanno nascendo sul nostro territorio e sempre più lo faranno nei prossimi mesi.

Come Decanato di Rho vi state preparando con anticipo…
Sì. Per ora, come ho detto, abbiamo appena abbozzato il contesto in cui portare la nostra testimonianza e attendiamo di vedere cosa possiamo fare concretamente a servizio della Diocesi. Parafrasando il titolo di Expo 2015, mi piace pensare che l’obiettivo che ci poniamo sia di nutrire non solo il pianeta, ma anche il cuore dell’uomo.

Insomma, un laboratorio glocal sospeso, anche dal punto di vista ecclesiale, tra radicamento specifico e prospettive mondiali?
A Rho resiste ancora una grande fede di popolo vissuta dalle famiglie e dagli anziani, dai giovani e dai ragazzi, con spazi aggregativi ricchissimi di contenuto e partecipazione come i nostri oratori. Direi che questo è il “buon grano”, la buona terra su cui edificare – per usare un altro termine legato a ciò che sta sorgendo nelle nostre aree -, la “piastra” non solo espositiva dell’evento, ma una base stabile di crescita comune.

Ci si chiede sempre cosa cercherà chi arriverà a Expo, ma è interessante chiedersi cosa troverà. Come ha detto il Cardinale, non si tratta solo di un’occasione per “riposizionare” il marchio della città, ma di costruire un nuovo umanesimo…
Sicuramente. Evidenziare pratiche ed esempi virtuosi che possano andare al di là dei sei mesi dell’Esposizione, sarà la vera sfida su cui impegnarsi, in prima persona, come cristiani.

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