Un progetto che sta segnando il cammino della Chiesa ambrosiana negli ultimi anni. «È in gioco anche l'identità dei presbiteri», rileva don Luca Bressan, docente al Seminario e alla Facoltà teologica

Pino NARDI

Nuove Comunità pastorali: un cammino condiviso

«È necessario un buon livello di formazione spirituale, perché se vogliamo che tutta l’operazione abbia senso dobbiamo evitare di fermarci al solo aspetto organizzativo. Non stiamo solo cambiando mura o confini, ma dobbiamo ricordarci che ciò che conta è come noi usiamo questi strumenti per dirci cristiani e per vivere la nostra fede. È questo il livello profondo: se non lo raggiungiamo, tutti i cambiamenti non servono». Il progetto è quello delle Comunità pastorali che sta segnando il volto della Chiesa ambrosiana in questi ultimi anni. Don Luca Bressan, docente al Seminario e alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, legge gli aspetti più problematici, ma anche le urgenze che sollecitano le novità.

Comunità pastorali: quale bilancio?
È difficile farlo, perché ha molti elementi che lo compongono e soprattutto perché sarebbe segnato dalle emozioni. Infatti intorno alle Comunità pastorali si gioca anche l’identità dei presbiteri e delle nuove figure ministeriali, un modello di Chiesa vicino alla gente che non vogliamo scompaia. Tutti elementi che hanno portato il cardinale Tettamanzi a lanciare l’Assemblea sinodale del clero, proprio con l’idea di sentire i preti anche facendo il punto sulle Comunità pastorali. L’Assemblea si è rivelata un’esperienza positiva, perché ha dimostrato che anche in periodi di forti cambiamenti e quindi di forti tensioni come questo, i preti e il loro Vescovo e i Vicari riescono a comunicare, anche a condividere giudizi e valutazioni divergenti e a costruire un discorso di stima reciproca che è la base fondamentale per poi decidere.

Altro dato importante?
Come dice l’Arcivescovo, l’idea delle Comunità pastorali è passata: i preti si accorgono che a fronte della loro diminuzione e del cambiamento dell’esperienza sociale, c’è bisogno di imparare a lavorare insieme, a vivere una pastorale d’insieme, a partire dal progetto. Sono emersi alcuni punti problematici. Innanzitutto, i preti hanno detto che le Comunità pastorali hanno suscitato reazioni critiche, perché sono state percepite come uno strumento imposto in modo rigido, nei tempi con una forte accelerazione, nella figura presentata come uno strumento già definito da applicare a situazioni che erano molto diverse. Si va da Comunità di poche migliaia di abitanti a realtà di più di 30 mila fedeli. C’è stata una fatica nella comunicazione, per cui l’impressione è stata quella di un funzionamento direttivo dall’alto verso il basso anziché di un progetto condiviso. L’altro elemento è un’ansia identitaria: i preti di fronte a questo cambiamento si vedono rimessi in gioco come ruolo, identità, con un diverso riferimento nel rapporto con la gente. Da lì nasce la forte domanda di accompagnamento: i sacerdoti chiedono di non essere solo terminale passivo di ricezione di qualcosa, ma come soggetto dentro un’istituzione che costruisce le sue trame pastorali. Questi sono i rilievi critici emersi a livello di superficie. Lavorando nella Commissione per la pastorale d’insieme e le nuove ministerialità abbiamo visto che effettivamente possono essere letti a un livello più profondo, mettendo in luce che è in atto un cambiamento della forma della Chiesa, ma anche del contesto sociale.

In particolare quali sono questi cambiamenti?
Sono a quattro livelli. Primo, un cambiamento organizzativo. Quando abbiamo vissuto il grande boom economico e demografico degli anni Cinquanta, il centro non s’è mosso, mentre erano i parroci, che dividevano il territorio e moltiplicavano le parrocchie, per cui l’impressione era che il centro gratificava e basta. Per la prima volta è invece l’ente centrale che interviene a ridisegnare il territorio.

Il secondo livello?
C’è un problema più profondo di identità ideale per i preti, ma anche per i laici. Occorre ridisegnarla in un momento in cui c’è un calo di sacerdoti, ma anche di fedeli impegnati.

E il terzo?
È di progetto: in passato non c’era bisogno di pensare alla pastorale, bastava ripetere ciò che si era ereditato. Adesso va costruita. È un’operazione che tentiamo dal post-Concilio, ma non funziona ancora, non abbiamo trovato la grammatica giusta, anche perché ci sono stati grandi passaggi ideologici. Abbiamo costruito la pastorale più a partire da questi paradigmi che da una concreta lettura del territorio e dei suoi bisogni.

L’ultimo…
È di inserirsi nel tessuto sociale. Nel passato andava da sé che il territorio lo abitassimo, perché lo generavamo noi, lo custodivamo. Adesso non è più così, per cui quando il Cardinale dice che immagina le comunità pastorali perché la Chiesa continui ad abitare il territorio dice una cosa vera: le parrocchie devono tornare a chiedersi cosa vuol dire qui in questo luogo oggi annunciare il Vangelo, aiutare la gente a rispondere alle grandi domande di senso che hanno.

Il Cardinale all’Assemblea diceva che ora si andrà più lenti, approfondendo il cammino comune...
Occorre immaginare un processo più partecipato nella costruzione soprattutto per permettere a coloro che abitano il territorio di responsabilizzarsi nella figura di Chiesa che viene avanti, con un tempo disteso. È il compito dei prossimi anni, del fare i passi uno dopo l’altro permettendo alla gente di guardare quel disegno.

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