Ricordare San Carlo non significa manifestare nostalgia per la sua epoca, ma vivere un’esperienza di comunione per celebrare la gloria di Dio

di Mario DELPINI
Vicario generale

Un san Carlo per il Sacro Monte

 

Non abbiamo nostalgia per i tempi di San Carlo. A una ricostruzione, anche approssimativa, del contesto, risulta che in quel tempo erano tutti cristiani battezzati e, a quanto pare, una larghissima maggioranza «faceva Pasqua». Nei monasteri maschili e femminili si consacrava alla vita monastica un numero impressionante di persone e anche le vocazioni al sacerdozio erano così numerose che si stentava a trovare lavoro e sostentamento per tutti. Anche nella vita civile la Chiesa aveva un peso notevole, che naturalmente non andava senza conflitti. Per quanto riguarda le risorse e i mezzi la Chiesa si poteva anche definire “ricca”, nel contesto di una società che conosceva gli alti e bassi dell’economia, delle guerre, delle epidemie.

Eppure non abbiamo nostalgia dei tempi di San Carlo.

La solenne celebrazione liturgica e la commemorazione del nostro santo patrono non intende quindi essere un esercizio di memoria, ma piuttosto una esperienza di comunione per celebrare la gloria di Dio. È una esperienza di comunione perché i santi sono vivi della gloria di Dio e pertanto possono essere per i credenti interlocutori reali, fratelli e amici che si concedono alla confidenza, che condividono esperienze, intercedono per noi e insegnano a peregrinare nella fede in ogni tempo, persino nel nostro tempo.

San Carlo, perciò, non rimane rinchiuso nel suo tempo, in un anacronismo troppo estraneo per essere più interessante di una curiosità, ma continua ad essere quello che è stato, un santo pastore, un santo in lacrime davanti al crocifisso, un santo consumato dallo zelo per la santità dei consacrati e per la compassione per la gente tribolata.

Con la sua presenza San Carlo incoraggia la nostra fede a diventare speranza, non solo speranza nel Regno che viene, ma anche quella fiducia sull’efficacia di quello che ci è chiesto di fare e sulla fecondità dell’azione pastorale che motiva alla dedizione. In un contesto un stremato e rassegnato come il nostro, la celebrazione di San Carlo può ricordarci che una svolta è possibile se c’è chi è disposto a pagarne il prezzo. In una Chiesa che per tanti aspetti sembra sopraffatta dai suoi problemi, la celebrazione di San Carlo può infondere una determinazione più lungimirante e insieme più precisa: si può infatti far fronte, si può rinnovare lo zelo nella persuasione che ci dedichiamo a predicare una parola di vita buona, a rendere possibile una comunione vera, a richiamare a una conversione possibile. Persino il clero, forse un po’ provato dalla rapida evoluzione, dalla riduzione numerica, dai mutamenti di ruolo, può essere richiamato da San Carlo a fissare lo sguardo sul Crocifisso che commuove, chiama a santità, persuade a sperare un futuro per un clero che si lascia condurre dal suo Vescovo a interpretare il tempo come una occasione opportuna per fare della propria vita una offerta gradita a Dio.

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