Edizioni Saisera, Udine 2006

Felice Asnaghi

Alano di Piavesorge a mezza collina, sulle pendici del versante orientale del Grappa e si sviluppa lungo la sponda destra del Piave. Si trova sulla strada di chi, dalla pianura (Padova, Treviso, Venezia), sale verso l’Agordino, a metà tra Feltre e Montebelluna.La popolazione risiede per metà nel capoluogoe per metà è distribuita nelle frazioni di Colmirano,FenereCampo.

In quest’ultima frazione sorge il Museo, il quale oltre ad offrire uno spaccato della Grande guerra, presenta interessanti sale sulla seconda guerra mondiale,  sull’emigrazione e il lavoro in miniera dei suoi concittadini ed infine un approfondito allestimento di strumenti usati dai recuperanti di residui bellici negli anni tra le due guerre.

Durante il primo conflitto mondiale nella conca di Alano si svolsero drammatici avvenimenti poiché pur situata in zona neutra, era di confine, quindi fu colpita dalle artiglierie austriache e italiane che ne devastarono letteralmente il territorio tanto che il terreno fu completamente disseminato di granate, bossoli e bombe. Al rientro in paese dei primi profughi dopo l’esodo forzato, la terra non sfamava le centinaia di famiglie e iniziò quel fenomeno sociale che passa sotto il nome di “recuperanti”. La gente si riversò nei campi di battaglia, lungo le trincee, dentro le gallerie per recuperare ogni cosa pur di sopravvivere. All’inizio si fece incetta di coperte, vestiti, tavolame, scatolette di carne, poi assunse il ruolo di vero e propria occupazione atta all’individuazione delle armi, delle munizioni: bombe dalle quali recuperare ferro, rame, ottone, piombo. Negli anni cinquanta i ricercatori si mettevano in società per acquistare un cerca metalli. Il prezzo di questo rischioso lavoro fu alto: morti, feriti, mutilati in ogni famiglia.

Alcuni dati statistici aiutano a comprendere la vastità del fenomeno. Dal 1915 al 1918 l’esercito italiano e quello austriaco impiegarono 82 milioni di proiettili d’artiglieria; 2 milioni e 100 mila bombe, bombarde e lanciabombe; 43 milioni di bombe a mano e di fucile. Nel teatro di guerra allargato che spazia dall’Adamello a Monfalcone le bombe inesplose furono circa 16 milioni.

L’obiettivo della pubblicazione è di raccogliere notizie sotto forma di testimonianze, scritte, a volte, senza seguire le regole della grammatica italiana, infarcita di termini (se non periodi) dialettali veneti che rendono il racconto veritiero, tragicamente crudo e realista.

Gli intervistati sono signori del posto che ancora fanciulli o giovanotti si sono rimboccati le maniche per a lavorare giorno e notte pur “di sbarcare il lunario”. 

La professione, se così si può dire, del recuperante s’imparava da piccoli, osservando attentamente quello che facevano i più vecchi e cercando di rubare più informazioni possibili. “I vecchi non ti insegnavano niente”, racconta un protagonista, “per paura che ti facessi male e per gelosia del proprio lavoro”.

I racconti dipanano una realtà dura, dove l’agricoltura non assicura la sussistenza sia al piano, sia in altura nelle malghe e aleggia lo spettro dell’emigrazione. Attorno ai recuperanti si è formato un giro di intermediari che “stadera” alla mano pesano e pagano le “scaie” per poi trasportarle a commercianti o industrie. Intermediari variopinti che girano in bicicletta gridando “Strasse, ossi, fero vecio…”, o col carretto trainato dal mulo o dal cavallo, per poi salire un gradino superiore con il camioncino.

Le interviste presentano personaggi eccezionali come «Bernardo, lo chiamavano il monco, montava a cavallo delle granate. È morto nella valle delle Saine. Con la mazza riversava dei colpi dicendo: “o tì o mì” e un gran colpo, “o tì o mì” e un altro colpo. E avanti così le batteva per romperle e per recuperare il ferro, finché una volta ha vinto la granata». 

Stravaganti alcune denominazioni affibbiate alle cariche esplosive che si trovavano all’interno dei bossoli di ottone: “spagheti” o “subioti” a secondo della forma. Il termine “spin” distingueva i proiettili a bocchino posteriore; le granate si suddividevano in “pancia lunga” che si riferiva al 149 italiano, mentre il 75 era denominato “patata”. Incredibili certe imprudenze opera di fanciulli come far brillare un ordigno sopra una catasta di legna in mezzo al bosco provocando una forte deflagrazione che fece tremare i vetri delle case e bruciare il bosco.

Drammatiche certe costatazioni: «C’era qualcuno che raccoglieva gli elmetti che c’erano in giro ma solamente quelli austriaci, perché erano un po’ pesanti. Io non li ho mai raccolti e quelli italiani non interessavano a nessuno perché erano di lamiera. Per esempio, con una palletta di shrapnel, i nostri elmetti erano trapassati, mentre quelli austriaci, al massimo si crepavano, ma non venivano trapassati. Anche un colpo di fucile si sopportava alla stessa maniera, su quello austriaco, se preso di striscio passava via, mentre su quello italiano si piantava, era un lamierino troppo debole».

Il miraggio di scoprire una galleria colma di materiale bellico e diventare “siori par tutta ea vita”, era il sogno di tutti recuperanti e si racconta che per qualcuno si sia avverato, ma per la maggior parte è rimasto una fantasia. Era invece normale incappare in ritrovamenti particolari come è successo a Luigi: «Camminando mentre raccoglievamo erbe, vidi una mezza suola uscire da sotto terra. Mi avvicino e comincio a tirare, sperando in un paio di scarpe per me dimenticate chissà da chi. Tira e tira, escono, insieme alle scarpe, anche dei resti di ossa ancora dentro le scarpe, i resti delle gambe di un povero soldato centrato da una granata. Io dopo aver raccolto le scarpe, ho lasciato lì i resti delle ossa e me ne sono andato. Quelle scarpe sono state indossate da me prima e da mio fratello poi»

Pietro Grillo ricorda che cominciò a salire in montagna con il padre all’età di cinque anni: “mi montò sul mulo e salimmo per le Olte, ma mi fece scendere più di qualche volta perché il percorso era pericoloso. Poi diventato grande, ho passato tutte le montagne a piedi. Ho percorso tutti i sentieri possibili, non c’erano strade e avevo sempre le scaie sulla schiena”. Per spedire il materiale a valle, Pietro faceva uso della teleferica e in mancanza il trasporto avveniva a dorso d’asino o caricando il materiale sulle spalle.

Il racconto della sorella Antonia, l’unica testimonianza di una donna raccolta nel libro, è lucida e scritta in un buon italiano. L’effetto è dirompente per la drammaticità degli eventi: l’asprezza del lavoro, i reperti militari che si mischiano con le ossa dei caduti e il quotidiano rischiare la propria vita assieme a quella dei compagni. Così racconta: «La peggior cosa che mi ricordo di aver visto fu all’età di sei anni. Erano morti in sette nella Cartiera. Ero andata con la gerla a portare da mangiare ai miei fratelli che stavano facendo fieno in località Brison. Al ritorno in località Breit ho sentito una serie di detonazioni fortissime, che mi hanno letteralmente alzata da terra. Sono scesa di corsa fino al torrente Tegorzo, per vedere cosa era successo. Quattro ragazzi erano morti sul colpo, tre erano ancora vivi, uno senza gambe fino al ginocchio, uno senza braccia e un terzo con le viscere di fuori; la madre cercava in qualche modo di ricomporle sorreggendole col grembiule. Ricordo inoltre, in modo quasi irreale, budella e brandelli umani rimasti orribilmente appesi a una pianta di fico e una serie di bestemmie pronunciate non so da chi. Sono rimasta terrorizzata per anni, non dormivo di notte e avevo incubi continui».

Marino Gatto ricorda che partiva il lunedì con un sacchetto di farina e un pezzo di formaggio nella bisaccia e via in montagna per tutta la settimana. Qui, con gli altri recuperanti, la sera si metteva sul fuoco acqua e farina per far la polenta. Si trovava di tutto, perfino il filo spinato dei reticolati che veniva arrotolato, oppure i pali della “picca” cioè la forca che gli austriaci usavano per impiccare sul posto chi retrocedeva dall’assalto o chi si rifiutava di andarci.

Giovanni Bisol è oggi punto di riferimento per studiosi e collezionisti di cimeli della Grande Guerra. È famosa la sua collezione di proiettili di artiglieria che orna, con un notevole impatto visivo la ringhiera del cortile della sua abitazione. Ricorda che un giorno a casa sua aveva cercato di disinnescare una bomba a gas: la immerse nell’acqua e fece uscire il liquido. La mattina dopo trovò gli animali del cortile tutti morti asfissiati. Si salvò solo lui perché la sua stanza era al piano rialzato e il gas essendo più pesante dell’aria si era propagato all’altezza della terra.

Chiudo la recensione con l’esclamazione di gioia del recuperante al ritrovamento di una bomba: “Assa che te base el cul” (lascia che ti baci il sedere).

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