La Giornata mondiale del rifugiato è un’occasione per riflettere sul fenomeno. Ne parla Luciano Gualzetti, vice direttore della Caritas Ambrosiana

di Luisa BOVE

Luciano Gualzetti
05 -02-2009 MILANO, ARCIVESCOVADO IL CARDINALE PRESIEDE ALLA CONFERENZA STAMPA SUL FONDO FAMIGLIA - LAVORO

È un fenomeno in crescita, quello dei rifugiati e richiedenti asilo. Diversi i motivi che costringono uomini e donne a fuggire dai loro Paesi di origine: guerre, conflitti etnici, persecuzioni, disastri ambientali… Ma è difficile dire se oggi a Milano si riesce a vivere da rifugiati, «nonostante accordi e leggi internazionali prevedano protezione e e percorsi di ascolto di questi problemi», ammette Luciano Gualzetti, vicedirettore della Caritas ambrosiana. Bisogna infatti fare i conti «con le scelte politiche, la cultura e un certo modo di affrontare le questioni».

In che senso?
Per 20 anni tutti coloro che arrivavano dall’estero erano considerati genericamente immigrati e finivano in una zona grigia: tra loro anche i rifugiati e i richiedenti asilo. Un conto è l’immigrato che viene in Italia per problemi economici, ha un suo progetto migratorio e decide di investire in un Paese europeo. Altro conto è chi invece è costretto a lasciare il proprio Paese perché rischia la vita per motivi politici, religiosi, etnici…».

I rifugiati hanno infatti diritti ben precisi…
Certo. Però noi, anche a livello culturale, abbiamo fatto un’enorme fatica a far riconoscere situazioni di persone che avevano diritto alla protezione. Il clima complessivo non ha aiutato neanche gli operatori, che devono intervenire, ma che vengono tacciati come buonisti da chi, a prescindere, non accoglie e quindi mette sempre in difficoltà. Però è anche vero che Milano è una città accogliente: ci sono strumenti a disposizione come lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, ndr) e altri progetti. Però il numero di rifugiati sta aumentando e i centri non sono abbastanza capienti. Emblematica è stata l’emergenza Nordafrica: a livello di principio sono stati considerati tutti rifugiati perché scappavano dalla guerra, ma nella realtà è stata riconosciuta una protezione umanitaria, che non è la stessa cosa. Bisogna uscire dalla logica emergenziale che spesso dipende dall’umore politico.

Quanti sono oggi i rifugiati?
In Italia i richiedenti asilo sono circa 16 mila e i rifugiati 60 mila. Ma ora il problema è la Siria: molti si sono rifugiati nei Paesi limitrofi (Libano, Turchia, Giordania…). Noi siamo in collegamento con le Caritas locali per dare una mano. Però non sappiamo quale sarà la politica di accoglienza europea e se la crisi ricadrà sui Paesi del Mediterraneo.

E qual è l’impegno della Caritas Ambrosiana?
Collaboriamo con gli enti locali per attuare gli Sprar, organizziamo corsi di italiano e percorsi di inserimento lavorativo e abitativo. Scopo della Caritas è quello di dare risposte concrete e immediate, ma anche di sensibilizzare, perché ci sia un cambio di mentalità e si riconosca questo fenomeno nella sua reale dimensione, senza paure, preconcetti e strumentalizzazioni politiche. Celebrare degnamente la Giornata mondiale del rifugiato il 20 giugno è un’occasione per riflettere soprattutto dal punto di vista culturale.

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