A due anni dalla morte pubblichiamo alcuni stralci di un suo Discorso al Comune di Milano del 2002: chiedere di porsi a servizio dei più deboli non è un invito moralistico, ma ha efficacia politica

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Pubblichiamo alcuni stralci del Discorso al Comune di Milano Paure e speranze di una città(Milano, 28 giugno 2002), in: C.M. Martini, Perché il sale non perda il sapore. Discorsi, interventi, lettere e omelie 2002(Centro Ambrosiano – Edizioni Dehoniane, Milano – Bologna 2003), pagine 453-464.

È inutile illudersi: la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri ma i poveri ad andare dove c’è il pane. «Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità» diceva Sant’Ambrogio […]. Il magnanimo ospitante non teme il diverso, perché è forte della propria identità. Il vero problema è che le nostre città, al di là delle accelerazioni indotte da fatti contingenti, non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore, e scambiano questa loro insicurezza di fondo con un’insicurezza di importazione.

E invece il tarlo è già in esse; ed è qui che lo si deve combattere con lucidità, vedendo la città come opportunità e non solo come difficoltà […]. Parrebbe a volte che la città abbia paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità mediante la tutela della potenza. Non è la lezione di Ambrogio, per il quale la politica è eminentemente a servizio dei più deboli. Questo non è un invito vagamente moralistico, ma ha efficacia politica. La paura urbana si può vincere con un soprassalto di partecipazione cordiale, non di chiusure paurose; con un ritorno a occupare attivamente il proprio territorio e a occuparsi di esso; con un controllo sociale più serrato sugli spazi territoriali e ideali, non con la fuga e la recriminazione. Chi si isola è destinato a fuggire all’infinito, perché troverà sempre un qualche disturbo che gli fa eludere il problema della relazione […].

L’invito a creare legami di solidarietà sempre più diffusi, non è solo uno sfizio di anime belle […]. È l’unico modo per vincere la paura di una impari difesa isolata. Chi si prende cura del bene di tutti può sembrare apparentemente più esposto alla ritorsione di avversari, con cui dialoga e confligge; ma in realtà si cinge – come di una corazza – delle adesioni e delle solidarietà che non lo lasciano inerme.

Di qui scende la predilezione congenita della dottrina sociale della Chiesa per i valori sociali, più che per quelli individualistico/libertari, cioè per i valori che permettono le relazioni, non per quelli che concedono all’individuo una libertà il più possibile estesa, ma senza responsabilità. Cercare assicurazioni alle nostre paure attraverso le chiusure individuali e l’accumulo di risorse, sembra la via naturalmente più facile […]. Eppure non è questa per Ambrogio la ricetta per uscire dalla crisi. Da sempre, nelle epoche di angoscia, le sicurezze non risiedono in manifestazioni di potenza, che innescano catene di reazioni e di invidie, ma sono insite nei gesti di misericordia […].

Per funzionare, la città abbisogna di gesti di dedizione, non di investimenti in separatezza. In questa dedizione Ambrogio vedeva rivivere al suo tempo il valore della donazione civica […]. All’attenzione verso gli ultimi la nostra società non si sente più oggi forse costretta dalla paura della «rabbia dei poveri» che, ormai ridotti di numero e di potenza, stentano a far sentire la loro stessa voce e a trovare una rappresentanza politica. Ma la nostra chiusura produce un male forse peggiore, perché più sottile che non la rabbia del povero: l’indebolimento dello spirito di solidarietà.

Se è vero che questo indebolimento comincia a manifestarsi prima verso i lontani ed estranei e sembra vantaggioso per chi li esclude, esso poi si approssima via via sempre più ai vicini e penetra infine, per una ineluttabile dilatazione d’onda, dentro noi stessi, punendoci quando saremo noi in posizione debole. Non ci si può illudere di arrestarlo facilmente al di fuori del nostro cerchio di interesse, tenendocene al riparo.

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