Jenny è diversa. Diversa? Sì diversa da quasi tutte le altre. Ma chi l’ha detto che tutte le persone debbano essere uguali? Pensare, agire, apparire uguali?

Felice Asnaghi

Il libro di Marta Tagliabue (psicologa e psicoterapeuta, nonché psicoanalista specializzata in Psicoanalisi della Relazione che si occupa di bambini e delle loro famiglie, affrontando difficoltà emotive, comportamentali e scolastiche) si apre con questa citazione, che è il sunto della sua ricerca sull’autismo.
Tale citazione viene ripresa nella prefazione di Michele Minolli (psicologo e psicoanalista tra i fondatori della Società Italiana di Psicoanalisi della Relazione, membro dell’International Association of Couple and Family Psychoanalysis e autore di numerosi articoli su prestigiose riviste nazionali e internazionali).
Il professore nella prefazione va al di là di una lettura scientifica dell’autismo come mera concezione positivistica che studia la classificazione delle cause e non la spiegazione del fenomeno nella sua complessità. Sottolinea la sofferenza che il paziente vive prima con se stesso e poi con gli altri, in particolare con i genitori. In questa condizione angosciante, secondo l’emerito studioso, ciò che vale è la presenza a se stessi, cioè il risultato dell’appropriazione del dato presente che l’Io-soggetto compie con tutto se stesso. Compito del terapeuta è proprio aiutare il paziente ad accedere a questa presenza.
Un concetto, quello della presenza, che diverrà sempre più chiaro seguendo il filo del discorso del libro.
Nella sua introduzione Marta Tagliabue presenta i quattro capitoli del libro.
Nel primo approfondisce gli studi e le teorie sul tema dell’autismo dal punto di vista della loro evoluzione teorica e storica, ponendo l’attenzione anche sugli studi delle cause di tale disturbo; nel secondo sintetizza alcune teorie di Psicoanalisi della Relazione, quelle che servono per inquadrare l’autismo; nel terzo racconta l’esperienza con Sara, bambina che la Tagliabue ha seguito per anni e segue tutt’ora, ed infine nel quarto capitolo vi sono le sue conclusioni.

Primo capitolo: l’autismo.
In questo capitolo sono raccolti gli studi scientifici inerenti l’autismo, così che uno leggendo abbia un quadro su cosa sia l’autismo e a che punto siano gli studi su di esso.
L’autismoviene considerato dalla comunità scientifica internazionale un Disturbo Pervasivo dello Sviluppo che si manifeste con deficit nell’interazione sociale, nella comunicazione e con comportamenti e interessi ripetitivi e stereotipati; possono essere presenti problemi di comportamento. Perché si faccia diagnosi i sintomi si devono manifestare entro i primi tre anni di vita ed attualmente la stima si attesta su 10 casi su 10mila persone, molto più frequente di un tempo.  L’inquadramento di questa malattia negli anni ha subito diverse classificazioni fino all’attuale, che segue le direttive contenute nei manuali diagnostici che attualmente detengono il consenso internazionale tra gli specialisti.
Gli studi per capire le cause dell’autismo si susseguono numerosi e hanno interessato ogni campo del genere umano, dalla genetica a fattori ambientali come i vaccini, da alterazioni della struttura cerebrale a deficit nei modelli cognitivi. L’origine di questo disturbo continua però a restare sconosciuta. Nel mondo scientifico vi è, infatti, un continuo susseguirsi di ipotesi e smentite. In sostanza non si è ancora giunti ad una conclusione sulle reali cause dell’autismo ma almeno si inizia a concordare sull’idea di una multifattorialità delle cause e sull’importanza di collaborazione di diverse professionalità (psicologo, medico, neuropsichiatra, insegnante, ricercatore).

Capitolo secondo: psicoanalisi della relazione.

La teoria che regge questa analisi si poggia sul concetto di Io-soggetto come sistema, formato da un insieme di parti tra loro organizzate che formano un referente unitario. Un sistema che interagisce sia con l’interno di sé sia con l’esterno con una propria “unità a coerenza” e che è costituito non solo dalla psiche ma anche dal fegato, dal cervello, dalle braccia e da tutte le altre parti del corpo, che interagendo permettono di vivere con una propria logica, che non è detto sia quella ritenuta “normale”.
Qual è dunque l’obiettivo dell’analista? È aiutare il paziente ad avere presenza a se stesso, aiutarlo ad entrare in contatto con se stesso, a riconoscersi per quello che lui è. E’ quindi importante partire non dal passato, che non è modificabile e rende il soggetto passivo, ma da come il paziente si auto-etero regola lì con noi nel presente, hic et nunc.
Se la vita è un passaggio da uno stato di coerenza all’altro, il passaggio è doloroso e non può avvenire senza la sofferenza. E la sofferenza in questa prospettiva acquista una dimensione utile perché è l’occasione di darsi un’altra organizzazione, un’altra soluzione. L’analista ha il compito di aiutare il paziente a dare un senso al dolore, un senso positivo di sviluppo che lo aiuti ad avere un atteggiamento attivo; questo avviene non attraverso discorsi, ma con una comprensione rispettosa che si esprime attraverso la presenza del terapeuta che attraversa con il paziente quello che sta vivendo. La relazione analitica è un’interazione in cui entrambi sono coinvolti, l’analista non è colui che sa tutto ma anch’esso deve fare i conti con la propria soggettività.

Marta Tagliabue racconta:
Mi sono resa conto che davanti ad un paziente non sono lì con tutte le mie certezze, bensì con tutte le mie domande. (…) Io perciò mi devo assumere quello che sto vivendo: quello che sta succedendo con il mio paziente, quello che sta succedendo in me in quel momento.

L’autrice guarda poi all’autismo secondo Psicoanalisi della Relazione e inizia a fare delle ipotesi su come unire due termini che apparentemente sembrano non c’entrare nulla tra di loro: autismo e relazione.
Seguendo tale teoria si può dire che il soggetto autistico è al pari degli altri un sistema formato da un insieme di parti tra loro organizzate che formano un’unità.
Rivedendo il dibattito sulle cause la Tagliabue mostra come non si tenga in considerazione l’aspetto attivo dell’essere umano. Secondo lei il soggetto autistico non è da considerarsi come un insieme di sintomi più o meno gravi ma bensì ritiene che queste persone un’interazione, una comunicazione ce l’abbiano, certo, a modo loro. Esclude che siano chiusi nel loro mondo ma pensa che siano un sistema che ha preso una certa direzione, si è organizzato in quel momento e in quel contesto meglio che ha potuto, acquisendo un suo equilibrio.
Si può affermare che dal punto di vista curativo non esiste il paziente e l’analista, ma solo due sistemi che sono in relazione tra loro.

Terzo capitolo: Sara.
Sara è una bella bambina di nove anni. La diagnosi che l’accompagna è disturbo autistico.
Marta racconta le giornate passate in classe con Sara e qui si capisce cosa significa presenza costante, l’importanza dell’attimo, del vivere “qui ed ora” quei momenti di scoramento, di angoscia che accompagnano la bambina. Cosa significa che non esistono due mondi differenti, ma due realtà  (della bambina e dell’analista) che si incontrano costruendo un unico sistema che interagisce e si aiuta vicendevolmente. E gli esempi si sprecano: la lotta quotidiana contro i cattivi, il bisogno di personificarli attraverso figure di fiaba o della televisione. Poi dopo il buio del male che le provoca l’angoscia, c’è la rinascita attraverso la richiesta formulata all’analista, ai compagni di classe di far gruppo e combattere insieme la lotta.

Marta Tagliabue sottolinea: il nostro stare insieme non è stato solo un processo di crescita della bambina, ma anche mio e della nostra relazionee a chiosa del capitolo non può far altro che dire:

Ho capito che, con lei e con i miei pazienti, non posso imporre le mie idee, rispettosamente devo aspettare i loro tempi ed entrare nel loro mondo piano piano, senza impormi. È  inutile continuare a cercare delle strategie mie, ma la cosa più importante è stare insieme a loro nel qui ed ora della relazione.

Quarto capitolo: ipotesi sull’autismo.
L’autrice in queste ultime pagine tira le fila della sua esperienza e dall’inizio è categorica con un’affermazione che vuol essere provocatoria:
Per me l’autismo non è una malattia (…) se così fosse il soggetto sarebbe passivo, in balia della sua disgrazia.
E continua:
Secondo me l’autismo è la migliore soluzione che il sistema Io-soggetto ha trovato, in quel contesto dato e nella situazione costituzionale data, per stare in piedi. Questo non è da vedere come una colpa del soggetto, ma è la sua vita, degna anch’essa di essere vissuta.

Dunque:
l’unico motivo per cui ritengo importante intervenire sta nel fatto che il soggetto autistico è angosciato, spaventato e frustrato da questo mondo in cui si trova a vivere, ma che spesso non riesce a comprendere.

Io riesco solo a fare delle ipotesi, non in un ottica passiva di rinuncia alla comprensione, ma in un’ottica attiva di rispetto…devo ammettere che, però, spesso è faticoso accettare questo. L’unica cosa che posso fare e che considero molto importante, è stare accanto a Sara, esserci in prima persona per quella che sono e rispettare il suo modo di essere …. hic et nunc

Per quelli che considerano gli autistici chiusi nel loro mondo sembra un paradosso unire Autismo e Relazione. Io posso dire che per me è stato ed è un dono incontrare e relazionarmi con Sara, una bambina autistica.
 

Fotografia
Marta Tagliabue, psicologa e psicoterapeuta

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