Sono trascorsi 25 anni dalla morte dell'industriale milanese che investì la sua vita e i suoi averi nelle missioni dell'Amazzonia brasiliana. I fiori che tanto amava colorano il chiostro sul quale si affaccia il luogo di preghiera che fece costruire a Macapà ai margini della grande foresta, perché fornisse alimento al lavoro quotidiano dei missionari


Redazione

08/10/2008

di Mauro COLOMBO

A 25 anni dalla morte (31 agosto 1983), forse la personalità di Marcello Candia, l’industriale milanese che “investì” la sua vita e i suoi averi nelle missioni dell’Amazzonia brasiliana, si può conoscere davvero solo visitando il Carmelo che fece costruire a Macapà, ai margini della grande foresta, perché fornisse alimento ideale al lavoro quotidiano di missionari e missionarie. Affacciato al suggestivo chiostro colorato dalle rose che Candia tanto amava, c’è lo studio, dove sono ancora conservati abiti, libri, registri e pratiche. Il vento caldo che soffia dal Rio sembra quasi farsi veicolo della profonda spiritualità che animava la sua carità.

La vocazione di Candia ha radici lontane. Nato nel 1916 da famiglia borghese, laureato in chimica e in biologia, dal padre (titolare di una fabbrica che produceva anidride carbonica e ghiaccio per gli estintori) eredita il senso degli affari, dalla madre lo slancio solidale per i poveri. È lei a educarlo a svariate iniziative caritatevoli e ad accompagnarlo a servire alla “mensa” dei Cappuccini di viale Piave.

Nel dopoguerra Candia si divide tra la conduzione dell’azienda e innumerevoli attività di animazione missionaria che crea e finanzia. Decisivo per la sua radicale scelta di vita è l’incontro con padre Aristide Pirovano, missionario del Pime a Macapà, nel Brasile equatoriale. Il carisma di Pirovano convince Candia al passo estremo: offrire se stesso, da volontario laico, «in forza del battesimo».

Nelle visite all’arcivescovo Montini perfeziona il suo progetto: vendere l’azienda, partire per Macapà e investire i proventi nella costruzione di un grande ospedale. Ma nel 1955 un’esplosione devasta il suo stabilimento, costringendo Candia ad accantonare per il momento il suo sogno: «Il Signore mi ha dato, il Signore mi ha tolto! Ora devo ricostruire e dare lavoro ai miei operai…».

Il suo primo viaggio in Brasile è nel 1957: viaggia nella foresta con padre Pirovano, documenta tutto con la sua cinepresa e al ritorno a Milano organizza proiezioni pubbliche per raccogliere contributi per la missione e l’ospedale: cominciano a chiamarlo «dottor Macapà».

Le tappe si succedono febbrilmente: nel 1960 un’altra visita; nel 1961 posa la prima pietra dell’ospedale; nel 1963 cede l’azienda; all’inizio del 1965 viene accettato della prelazia di Macapà come volontario laico. Il 7 giugno dello stesso anno, finalmente, la partenza, con il crocefisso del missionario e la benedizione di Paolo VI. Ma Pirovano non è ad attenderlo a Macapà: nominato Superiore generale del Pime, è appena rientrato in Italia.

In Brasile Candia combatte contro la diffidenza delle autorità, restìe a credere alla buona fede di un uomo che ha venduto tutto per donarlo ai poveri. La sua tenacia la spunta. L’ospedale viene inaugurato nel 1969: 92 mila mq distribuiti su due piani, con un centinaio di posti-letto. Non è solo un luogo di cura, ma un centro di servizi destinato all’educazione igienico-sanitaria della popolazione, con attrezzature moderne ed efficienti.

Ma Candia non si ferma a Macapà. Si muove per tutta l’Amazzonia e in uno di questi raid si imbatte in Marituba, colonia governativa dove alcune centinaia di lebbrosi, abbandonati dalle famiglie, vivono in inimmaginabili condizioni di abbruttimento psico-fisico. L’impatto con una realtà così sconvolgente smuove immediatamente Candia: prima qualche visita periodica, poi la costruzione di un centro sociale e di una casa di preghiera, infine il trasferimento definitivo nella colonia, dopo aver ceduto ai Camilliani l’ospedale di Macapà (1975).

A Marituba la vita è massacrante per un uomo già reduce da alcuni infarti. Chiede allora aiuto al vecchio amico Pirovano, che ha terminato il Superiorato al Pime e che lo raggiunge nel 1978. In un’assoluta unità d’intenti i due mettono mano ai fatiscenti padiglioni del lebbrosario, progettano case, scuole, dispensari, promuovono iniziative economiche, servizi sociali, attività ricreative; soprattutto manifestano agli hanseniani una profonda vicinanza umana e cristiana. In breve Marituba cambia volto.

Nel 1980 Giovanni Paolo II, durante un viaggio apostolico in Brasile, manifesta il desiderio di visitare l’ex colonia. L’8 luglio decine di migliaia di persone accolgono il Pontefice. Sotto un sole abbacinante, Candia accompagna da lui il leader dei lebbrosi, Adalucio Calado, che gli porge il saluto dei suoi fratelli. Il Papa è profondamente commosso e così saluta il dottore: «Ho tanto sentito parlare di lei…».

Lo sviluppo di Marituba attira migliaia di persone dalla foresta e crea nuove esigenze. L’impegno di Candia e Pirovano si intensifica ulteriormente. Il vescovo esorta il dottore a tornare in Italia a riposarsi. Ma Candia non riesce a “obbedirgli”: ogni volta che arriva a Milano intesse frenetici tour di conferenze, interviste, incontri, serate pubbliche per raccogliere fondi.

A fermarlo è un cancro al fegato che si manifesta nella primavera del 1983 e che progredisce veloce e inesorabile. Gli ultimi mesi sono dolorosissimi, ma vissuti con cristiana rassegnazione. Muore a Milano il 31 agosto, dopo aver ricevuto la visita del cardinale Martini, che il 2 settembre celebra i funerali nella parrocchia dei Ss. Angeli Custodi.

È lo stesso Martini ad aprire la causa di beatificazione nel 1991 e a chiuderne la fase diocesana nel 1994. La “posizione” del Servo di Dio Marcello Candia è al vaglio del Vaticano, ma nelle rose di Macapà c’è già il profumo della sua santità.

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