In Avvento ci si dispone, con cuore vigile e attento, a contemplare la salvezza operata da Dio nella «pienezza dei tempi» e «i nostri cuori (sono) pervasi dal desiderio di risplendere come luci festose davanti» a Gesù che viene

di Luigi NASON

Lezionario_Avvento 2011

La liturgia della terza domenica di Avvento è la naturale continuazione di quella della domenica precedente. «Io (…) ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato» (Gv 5,33-39). La parola e le opere di Gesù trovano la loro conferma nella testimonianza del Padre. È nell’accoglienza del Signore Gesù, Parola vivente del Padre, che si “gioca” la nostra salvezza. Non possiamo fermarci alla “lettera” della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, senza riconoscere e accogliere Colui che questa Parola ci rivela. È l’invito che l’emblematica pagina evangelica ci rivolge: «Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me».

Solo attraverso questo cammino possiamo riconoscere in Gesù il compimento della promessa del Padre. La chiamata universale alla salvezza – al centro della seconda domenica di Avvento – trova in Lui la sua realizzazione: ogni uomo trova in Cristo, il Figlio amato del Padre, il senso del proprio essere figlio di Dio, «figlio del Regno» chiamato a camminare verso quella pienezza di vita che già ora sperimentiamo. Il vero adempimento delle profezie del Primo Testamento, alla cui luce la prima comunità cristiana ha interpretato il mistero di Gesù, ci conduce a riconoscere che la nostra vita può trovare il suo significato più autentico solo in Cristo.

In Avvento ci disponiamo, con cuore vigile e attento, a contemplare la salvezza operata da Dio nella “pienezza dei tempi” e «i nostri cuori (sono) pervasi dal desiderio di risplendere come luci festose davanti» al Signore che viene (orazione dopo la comunione). La prima venuta di Gesù ha rappresentato il compimento dell’attesa alimentata dalle promesse di Dio; l’attesa del suo ritorno alla fine dei tempi sarà il compimento della speranza dell’umanità intera. «L’Avvento ripercorrendo le tappe della storia salvifica pone l’esistenza cristiana come in tensione tra gli inizi e la conclusione di questa storia sempre in atto» (Matias Augé). Dio si è rivelato in Cristo e in Lui l’uomo è stato salvato nella sua interezza, ma noi siamo ancora in cammino verso questa pienezza, verso il futuro “assoluto” di Dio, quando la nostra fragilità sarà colmata dalla sua misericordia e il deserto fiorirà come un giardino (cf Is 51,1-6). Di qui la certezza che Paolo esprime con un tono “eucaristico”: «Siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo per quelli che si salvano e per quelli che si perdono (…)» (2Cor 2,14-16a).

La gloria del Signore prende la via del deserto

Continua la lettura del Vangelo secondo Matteo, preparata dalla proclamazione di Ezechiele (capitoli 9-13) e dei Dodici profeti (Malachia e Sofonia). Le visioni scandiscono i momenti fondamentali dell’esperienza di Ezechiele. La seconda visione presenta il giudizio su Gerusalemme, a cui il profeta è invitato ad essere presente per raccontarlo agli anziani di Giuda esiliati in Babilonia. La trama è costituita da tre tempi: l’accusa dei delitti contro la santità del tempio, espressione dell’idolatria dilagante, seguiti dall’ingiustizia sociale che ne è conseguenza (Ez 8); la sentenza accompagnata dall’esecuzione (Ez 9); il racconto della gloria del Signore che, come in un anti-esodo, abbandona il tempio e prende la via del deserto (Ez 10-11). Durante il giudizio, Ezechiele vive la solitudine tipica dell’autentico profeta ed eleva un grido di intercessione che rimane inascoltato: è infatti troppo tardi, l’abominio dei figli d’Israele è giunto a un punto di non ritorno: «Mentre essi facevano strage, io ero rimasto solo. Mi gettai con la faccia a terra e gridai: “Ah! Signore Dio, sterminerai quanto è rimasto d’Israele, rovesciando il tuo furore sopra Gerusalemme?”. Mi disse: “L’iniquità d’Israele e di Giuda è enorme, la terra è coperta di sangue, la città è piena di violenza…”» (Ez 9,8-9 – lunedì).

L’ultimo atto del giudizio è un evento inaudito: la gloria del Signore abbandona il tempio e prende la via del deserto (Ez 10-11). Ezechiele vede la gloria del Signore in movimento: «La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio e si fermò sui cherubini. I cherubini spiegarono le ali e si sollevarono da terra sotto i miei occhi; anche le ruote si alzarono con loro e si fermarono all’ingresso della porta orientale del tempio del Signore, mentre la gloria del Dio d’Israele era in alto su di loro…» (10,18-20 – martedì).

I gesti che il Signore ordina al profeta di compiere sono un altro tentativo di far aprire gli occhi a coloro che si ostinano a non aprirli. La casa d’Israele è una «casa della ribellione» («genìa di ribelli»): essi infatti «hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono» (Ez 12,2 – mercoledì). Il profeta deve preparare di giorno un bagaglio per la lunga marcia della deportazione e mimare la marcia: deve uscire al tramonto aprendo una breccia nel muro perché il Signore ha fatto di lui «un simbolo per gli Israeliti» (Ez 12,4-6 – mercoledì). Nella catastrofe risuona però un annuncio di speranza che si apre sul futuro: «Quando li avrò dispersi fra le nazioni e li avrò disseminati in paesi stranieri, allora sapranno che io sono il Signore… Tuttavia ne risparmierò alcuni…» (Ez 12,15-16 – giovedì).

Il profeta è colui che parla a nome del Signore. Ma è possibile riconoscere il vero profeta da colui che non è tale? È una domanda drammatica che i profeti sperimentano nella loro vita, perché hanno come unica credenziale la consapevolezza del loro essere mandati dal Signore. Nel tempo di crisi proliferano i falsi profeti che illudono la gente annunciando ciò che essa vuole sentirsi dire: alimentano così false speranze e provocano l’ottundimento delle coscienze. Da qui la condanna: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i profeti d’Israele… Guai ai profeti stolti, che seguono il loro spirito…”» (Ez 13,1-10 – venerdì). Alla comunità dei credenti è affidata la responsabilità di discernere i veri profeti da coloro che «seguono il loro spirito», alimentando illusioni con parole menzognere che vengono «dal loro cuore» (cf Ez 13,2.3.17- venerdì e sabato). Le Letture del libro dei Dodici profeti richiamano Israele alla conversione del cuore, condizione indispensabile per la salvezza: «Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore» (Sof 2,1-3 -giovedì); «Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta» (Sof 3,9-13 – venerdì).

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