Le splendide illustrazioni delle pagine conservate nella Biblioteca fondata dal cardinale Federico Borromeo mostrano come gli artisti, nei secoli, hanno cercato di rappresentare il grandioso mistero della risurrezione, a partire dai racconti dei Vangeli. Su questo tema, Luca Frigerio terrà un incontro giovedì 17 marzo, alle 18, al San Fedele a Milano.

di Luca FRIGERIO
Foto Veneranda Biblioteca Ambrosiana

ambrosiana

Dell’incontro con il Risorto ci parlano i Vangeli, nelle bellissime pagine che hanno come protagonisti Maria Maddalena e le donne recatesi al sepolcro, i due discepoli di Emmaus, gli stessi apostoli, fino a Tommaso, l’incredulo divenuto credente. Sono incontri densi di emozione e commozione, spiazzanti, sconvolgenti, ma culminanti infine in una gioia incontenibile. Gli artisti che nei secoli hanno voluto rappresentare questi episodi hanno avuto una guida sicura proprio nelle parole degli evangelisti, attingendo a un patrimonio iconografico che si è fatto via via più ampio e consolidato.

Altra cosa, però, è dare forma e figura all’evento straordinario e misterioso della Risurrezione. I Vangeli stessi, infatti, non dicono come Gesù sia risorto, né vi furono testimoni in grado di descrivere quel fatto eccezionale, che non è quindi verificabile né dimostrabile, ma che va accettato, affermano i teologi, come rivelazione di fede.

Per secoli, così, i cristiani hanno illustrato il tema della risurrezione soprattutto attraverso l’immagine della tomba vuota, con l’angelo del Signore che annuncia alle donne che Gesù «è risuscitato dai morti» (come si legge in Matteo).

Nel cristianesimo occidentale, infatti, la rappresentazione di Gesù che risorge uscendo dal sepolcro si afferma relativamente tardi, cioè attorno al Trecento, trovando tuttavia rapida e grandissima diffusione, anche in seguito a una mutata sensibilità culturale e religiosa.

Una delle prime scene di questo genere la ritroviamo presso la Biblioteca Ambrosiana a Milano, che nel suo imponente e ricchissimo patrimonio di codici e di manoscritti conserva anche un gran numero di miniature raffiguranti proprio la risurrezione di Gesù. L’illustrazione in questione (F 277 inf. n. 58v), infatti, è databile agli inizi del XIII secolo, opera di un miniatore di scuola tedesca: Gesù scavalca con gesto imperioso il lato frontale del sarcofago (realisticamente raffigurato con venature come marmoree), oltrepassando anche la lastra di copertura divelta.

La postura del Risorto, ben eretta, dinamica, con una verticalità accentuata dal vessillo che stringe nella mano sinistra (e che è un ulteriore richiamo alla vittoria sulla morte), contrasta evidentemente con le due figure poste ai lati della scena, sedute e come rannicchiate su stesse (tanto che il personaggio a destra ci mostra non il volto, ma la scriminatura dei capelli!), “tramortite”, come riporta l’evangelista Matteo. Notevolissima è la resa dei dettagli dell’armamentario delle due guardie, con cotte di maglia, grandi scudi triangolari e un elmo di tipica fattura teutonica.

Gesù indossa una tunica bianca, ammantato di una veste rossa: sono i colori, da un punto di vista simbolico, della luce e della gloria, ma anche del sacrificio e dell’amore incondizionato, che Piero della Francesca, nel suo celeberrimo capolavoro di Sansepolcro, “fonderà” insieme in quello stupefacente manto rosaceo del Risorto.

In un’altra miniatura dell’Ambrosiana, invece, il lenzuolo che avvolge il Cristo che emerge dal sepolcro (quasi un inaudito pozzo di smeraldo) ha addirittura i bagliori dell’oro, mentre raggi di luce si irradiano direttamente dal corpo di Gesù: una teofania luminosa che cerca, con i limitati mezzi della percezione umana, di rendere la dimensione sovraterrena della risurrezione.

Quel che tuttavia colpisce di più in questo minuscolo capolavoro assegnato al cosiddetto Maestro del Breviario Francescano (F 277 inf. n. 6), attivo a Milano e a Bologna alla metà del Quattrocento, è il volto stesso di Gesù, che appare sorprendentemente giovane e senza barba: un espediente non comune, ma neppure raro, per esprimere la trasformazione – di per sé irrappresentabile – avvenuta nella risurrezione, quasi come un “ringiovanimento” totale, secondo i canoni classici di un’apollinea bellezza divina.

A giustificare, inoltre, il mancato riconoscimento a prima vista di Gesù risorto da parte di chi l’ha incontrato, e che pur lo conosceva bene, come la Maddalena, i discepoli di Emmaus o gli stessi apostoli. Proprio come ha fatto, ad esempio, Caravaggio nella sua smagliate Cena in Emmaus oggi alla National Gallery di Londra.

In una terza miniatura della Biblioteca Ambrosiana, quattrocentesca, di scuola dell’Italia centrale (F 277v inf. n. 50), il Risorto è inscritto nella lettera “R” di «resurrexit». Quel che più colpisce, però, è il fatto che Gesù sovrasta il sarcofago ancora ben chiuso: un particolare, tuttavia, che non è per nulla “strano”, ma anzi teologicamente corretto.

Come già spiegavano i Padri della Chiesa, infatti, il corpo spiritualizzato del Risorto non aveva bisogno di spalancarne la tomba per uscirne, trionfante sulla morte. Motivo per cui, nei Vangeli, si dice che fu l’angelo stesso che «rotolò via la pietra» dal sepolcro, per mostrare alle pie donne che colui che era stato crocifisso «non è qui, ma è risorto, come aveva detto».

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