È quella raffigurata in un prezioso codice degli inizi del XIV secolo, conservato nel museo del Sacro Monte di Varese. Un piccolo capolavoro da riscoprire

di Luca FRIGERIO

Sacro MOnte Varese

Molti, per fortuna, hanno avuto occasione di sperimentare l’incantevole bellezza del Sacro Monte di Varese, dove arte e natura si intrecciano armoniosamente in un contesto di singolare suggestione. Ma non tutti, purtroppo, conoscono ancora una particolare gemma di questo straordinario complesso: quel Museo Baroffio che, incastonato nel fianco stesso del santuario, al culmine del percorso sacromontano, offre al visitatore fin dal suo “ingresso” un ampio, indimenticabile panorama sulle Alpi, le Prealpi e i laghi lombardi. E al suo interno, importanti collezioni e piccoli, grandi capolavori. Tutti da scoprire.

È il caso di un prezioso codice pergamenaceo che, databile agli inizi del XIV secolo, viene considerato dagli studiosi come uno dei più antichi antifonari di canto ambrosiano giunti fino a noi. Vergato in quella particolare scrittura gotica detta “libraria italiana”, il manoscritto presenta una serie di stupende miniature che decorano i capilettera e che illustrano vari episodi narrati nei Vangeli. Fra queste, anche la scena delle «Donne al sepolcro», immagine significativamente evocativa della resurrezione di Cristo, che il Museo Baroffio ci offre, in via “esclusiva”, in questa domenica di Pasqua.

Nei pochi millimetri della “E” dell’Exultet Domine del salmo 43, l’anonimo miniatore ha "tradotto" con mirabile grazia i brani di Marco e Matteo che descrivono la venuta al sepolcro, di buon mattino, di Maria di Magdàla, Maria di Giacomo e Salome per «imbalsamare Gesù»: la donna al centro, infatti, reca in mano un vasetto di oli aromatici. Davanti a loro ecco la tomba ormai vuota, da cui escono i lembi del sudario (dalle realistiche pieghe), mentre la pietra di copertura appare spostata di lato. Sopra ad essa, una figura angelica, anch’essa ammantata d’azzurro e di rosso, che alzando l’indice della mano destra sembra fare un eloquente gesto di negazione: «Voi cercate Gesù il Nazareno: è risorto, non è qui!».

Nella parte inferiore, come schiacciati in una nicchia, si intravedono due uomini armati: sono le guardie che, «per lo spavento, tremarono tramortite», spiega ancora l’evangelista.

Un lavoro di eccezionale qualità artistica e di forte espressività, con colori ancora smaglianti, nonostante modeste lacune nei volti e nell’incarnato. L’autore, in questa come nelle altre miniature dell’antifonario, dimostra una spiccata sensibilità narrativa e una capacità non comune di sfruttare creativamente le “costrizioni” e i limiti dello spazio da decorare, come l’invenzione della figura “seduta” sull’asta centrale del capolettera. Per non parlare, poi, dell’attenzione ai dettagli, delineati con tratti essenziali quanto efficaci, come i mantelli delle donne o la “bacchetta” che l’angelo stringe nella mano sinistra, quasi a voler riprendere l’immagine codificata dell’arcangelo Gabriele: questo e quello, del resto, divini “annunciatori”.

Il codice, sfortunatamente, è privo di colophon, e nulla si sa con certezza riguardo allo scriptorium che lo produsse. Gli esperti, genericamente, lo attribuiscono all’ambito dell’Italia settentrionale, senza azzardare una più precisa collocazione, magari milanese. E tuttavia c’è un gusto, per così dire, francesizzante: un’impostazione ancora romanica nella solidità delle figure, che però già vira verso le soavità del gotico, e che quindi giustifica l’ipotesi di una datazione di questo manoscritto a primi anni del Trecento. Se questa miniatura vi piace nella riproduzione fotografica, andate ad ammirarla dal vivo: il Museo Baroffio vi attende.

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