Da un atto di violenza, una vita nata tra gli orrori dei campi di prigionia nazistie una maternità difesa anche dall’ostilità dei propri cari. E poi l’impegno di una figlia a rendere onore a chi la mise al mondo: la storia commovente di Augusta e Maria Rosa Romegialli.

di Alberto GALIMBERTI

Romegialli

Lì dove l’inferno era sceso in terra e il male diventato banale, una neonata è sopravissuta, grazie al coraggio della madre. Maria Rosa Romegialli ha 69 anni, abita a Milano e in un libro (NatoLibero, Il Filo) ha raccontato la storia di Augusta Romegialli, per restituirle dignità e verità.

Chi era per lei Augusta Romegialli? «Era mia madre, una persona speciale, piena d’amore che sacrificò se stessa per  donarmi la vita», risponde Maria Rosa, mostrandomi la sua foto. Per tutto il tempo dell’intervista la terrà vicina a sé. Augusta lavorava in una segheria a Morbegno, in Valtellina. Aveva cinque figli.  Durante la seconda guerra mondiale aiutò gli americani a travalicare i confini della Svizzera.

«Denunciata all’ispettore fascista Tagliabue  – spiega Maria Rosa – fu trasferita alla stazione di Sondrio per essere deportata in Germania. Il treno alla quale era stata assegnata raggiunse Auschwitz, il 6 febbraio 1944. Rimase lì, fino ad agosto quando venne ordinato il passaggio a Dachau. Durante lo spostamento un soldato nazista le fece violenza, abusando del suo corpo».

Maria Rosa tace per pochi secondi, poi riprende: «Penso che la violenza subita abbia provocato rabbia, paura, confusione nella mente di mia madre. Era sola, debole e, come si accorse presto, incinta. Sapeva benissimo quale sorte toccava ai bambini nei campi di concentramento: strangolati oppure condotti nella camera a gas».

Tuttavia a Dachau Augusta ha un incontro inaspettato: «Trovò Stanislao, il maestro delle elementari suoi due figli. La vista di Stanislao avrà risvegliato in lei il ricordo della Valtellina, la volontà di tornare ai suoi cari con un dono unico: la gioia di una vita che nasce».

Come ha scritto Primo Levi i lager erano luoghi in cui l’essere umano dimenticava di essere l’uomo, eppure Augusta scoprì che la capacità di fare del bene delle persone non ha confini, trova spazio anche nei campi di concentramento: «A fine dicembre nel 1944 mia madre fu trasferita a Mauthausen. Nella fortezza austriaca conobbe il partigiano Giuliano Pajetta e gli confido il segreto che custodiva dentro di sé. Così Pajetta, che organizzava la resistenza interna ai campi,  inserì il nome di Augusta nella lista delle persone destinate al campo secondario di Graz. Per mia madre fu un segno di speranza perché nei sottocampi le condizioni dei detenuti erano migliori. In cambio Pajetta fece promettere ad Augusta di chiamare il nascituro “NatoLibero”, a testimonianza della loro vittoria contro il nazifascismo».

   Nel campo di Graz, Augusta lavorò come sguattere fino al 2 marzo del 1945, quando approfittando di bombardamento alleato, riuscì a fuggire. «Stremata raggiunse l’ospedale di Sant Leohanrd. Il 14 marzo ci fu un’altra offensiva area che interessò anche il reparto della maternità. Io nacqui quella notte in un cortile periferico, mentre dal cielo piovevano bombe. Mia madre scelse di chiamarmi Maria Rosa».

Portato a compimento il parto, la sfida più dura, Augusta incominciava a pianificare il ritorno. «Prima le mani della Provvidenza hanno protetto la mia nascita, i miei vagiti dentro una borsa, accanto ad una bottiglia di acqua calda. Poi furono le mani generose di montanari e contadini a sfamare e ospitare una donna in fuga con la sua bambina».     

Ma tornata in Italia con un treno della Croce Rossa e scesa alla stazione di Milano centrale, Augusta non trovò nessun parente ad aspettarla.

«Quando rincasò a Morbegno dovette convivere con le malelingue che serpeggiavano tra le vie del paese. Fino alla reazione della madre “Non avrai per caso combinato qualcosa con un soldato tedesco? Ti proibisco di rivedere i tuoi figli: per me te non esisti più”. Penso che il dolore che abbia provato allora sia stato, se possibile, più forte delle fatiche e delle paure vissute ad Auschwitz e  Dachau ».

Rinnegata dai propri cari, rimasta sola dopo la morte del marito per tubercolosi, Augusta ripartì alla volta di Milano, per ricominciare: «Qui fu sostenuta dall’associazione cattolica Cardinal Ferrari. In particolar da alcuni sui membri, quali la signora Teresa Vassena, don Paolo Liggeri, don Armando Lazzaroni e don Ennio Bernasconi. Quest’ultimo fece conoscere ai coniugi Alfredo Ribolini  e Wassilla Colombo la vicenda di Augusta, e decisero così di adottarmi. Devo a loro un’infanzia normale, un’adolescenza spensierata e molto, molto affetto».

Pajetta propose di candidarsi per l’Assemblea Costituente ma Augusta rifiutò l’invito. La sua salute risentiva di tutto quello che le era successo. «Credo vivesse un travaglio fisico e psicologico non indifferente: la deportazione, la violenza, il parto, la fuga, l’ostilità di una comunità, il mancato amore dei familiari».   

Per volontà della madre, Augusta fu rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Sondrio nell’ottobre del 1953. Morì due anni dopo, il 26 agosto. «Vede – dice Maria Rosa, portandomi alcune lettere – queste le ha scritte di mesi di detenzione. Mia madre non era affatto “matta”. Furono la solitudine vissuta dopo il ritorno in Germania e la mancanza di amore dei suoi familiari ad ucciderla».

Ed è così che molto tempo dopo, nel 1994, una volta morti i genitori adottivi, Maria Rosa ha decisivo di scavare nel passato e riscrivere la storia di Augusta. Tra ricerche sul campo, documenti, cartelle cliniche, foto e testimonianza dirette ha ricostruito, tassello dopo tassello, il mosaico della verità. Oggi Maria Rosa è una nonna felice che partecipa spesso a lezioni speciali, nelle scuole e nelle biblioteche, per raccontare il sacrificio di Augusta. Prima di salutarci, vuole dirmi ancora una cosa: «Non è facile ogni volta parlare della storia di Augusta, ma credo sia giusto e fondamentale per le nuove generazioni: devono sapere che dall’inferno si può tornare, che la vita può prevalere sulla morte, che l’amore di una madre vince il mondo».

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