Una tradizione da rilanciare

di Luisa BOVE

La visita alle famiglie o, come si diceva una volta, la “benedizione delle case” è una tradizione cara alla Diocesi di Milano che ora l’Arcivescovo di Milano vuole rilanciare in chiave missionaria. È un gesto importante quello di «andare incontro alle persone là dove esse vivono, amano, soffrono», si legge nella scheda dedicata a questo tema e pubblicata nel volume In cammino con san Carlo. Tutti riconoscono che le visite in occasione del Natale (o della Pasqua per le parrocchie di rito romano) richiedono «molto impegno e fatica», tuttavia l’invito della Diocesi è che questi momenti siano vissuti «in modo più disteso». Le visite non dovranno essere svolte solo dai preti, ma anche dai diaconi, dalle persone consacrate e dai laici. Il loro coinvolgimento non è da intendersi come «semplice funzione di supplenza dei sacerdoti», ma «il farsi presente presso le famiglie della comunità cristiana in tutte le sue articolazioni». Naturalmente ai fedeli andrà presentata l’iniziativa nei modi e nei tempi adeguati perché ogni nucleo familiare possa comprendere la novità e vivere bene la «visita» natalizia.
In realtà la scelta di avere altre figure rispetto ai preti si è già vista in tante parrocchie e «l’accoglienza e le reazioni delle stesse famiglie sono molto positive», si legge nella scheda elaborata dal Consiglio episcopale milanese. Certo le persone che dovranno essere coinvolte in questo delicato compito dovranno essere adeguatamente preparate. I parroci dovranno innanzitutto rivolgere l’invito ai ministri straordinari della Comunione, ai membri del Consiglio pastorale, ai partecipanti ai vari gruppi familiari, i catechisti, i laici appartenenti a diverse aggregazioni… I «visitatori» quindi andranno scelti con cura e preparati attraverso alcuni incontri, al termine dei quali potrebbero ricevere il mandato possibilmente davanti a tutta la comunità durante una messa domenicale.
«A conclusione della visita alle famiglie – si legge ancora nel testo – è utile un confronto di verifica dell’esperienza con tutti i “visitatori”, sapendo però che la dimensione missionaria non dovrà limitarsi a questo gesto di “concreta prossimità”».

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