Bilanci e riflessioni a margine del pellegrinaggio Ismi con l’Arcivescovo. L'incontro con la terra sicula, lo sguardo dei numerosi Pantocratori che dominano gli absidi delle chiese, la testimonianza fino al martirio di don Pino Puglisi

di don Riccardo MIOLO

pellegrinaggio ismi 2016

Nonostante che su di me sia sorta la nomea del don “che è sempre in giro” (e come smentirla?) confesso che le partenze mai suscitano in me particolare entusiasmo, nemmeno quella per le vacanze estive o, come in questo caso, per un pellegrinaggio con i miei confratelli giovani della diocesi di Milano. Ho però trovato la soluzione: decidere le partenze un po’ di tempo addietro, senza pensarci troppo, sicuro che Qualcun altro farà la sua parte e mi riconsegnerà al mio quotidiano milanese con qualcosa in più (e con qualche certezza in meno).
Trovo che la nostra allegra comitiva – guidata dall’arcivescovo Angelo Scola – si sia imbattuta in queste tre realtà accumunate fra loro: la terra sicula, lo sguardo dei numerosi Pantocratori che dominano gli absidi delle chiese, la testimonianza fino al martirio di don Pino Puglisi. Cosa hanno in comune la terra, il mosaico dorato, il sangue sparso? Essere contraddittori.
Mare splendido, limoni e aranci, scirocco che ti coccola fin dalle prime ore del mattino; case abusive, spazzatura in molti angoli delle strade, sconsideratezza (sic!) al volante e…..al manubrio.
Volto calmo e sereno, brillantezza dei tasselli d’oro, arte normanna magnificamente invischiata con la bizantina; sguardi provati dalla vita, volti di chi fatica a trovare un lavoro, occhi diffidenti nei confronti delle istituzioni.
Un sacerdote innamorato della Parola di Dio, innamorato del suo ministero, innamorato della sua gente; gli ostacoli, le minacce, il 15 Settembre 1993.
Non lo notai subito, ma quando me ne accorsi sentii un brivido alla schiena: don Pino morì il giorno del suo compleanno, come se quella morte fosse in realtà una nuova nascita, un nuovo modo di spezzare il pane della Parola e dei sacramenti al popolo santo di Dio.
Sì, perché don Pino non fu un prete anti: anti mafia, anti corruzione, anti ricchezza. Non fu un prete contestatore, un prete – di –  strada, come oggi sembra andare molto di moda. Fu un prete per! Innanzitutto per la Chiesa: fu estasiato dalla novità portata dal Concilio vaticano II e volle subito trasmetterlo fra i fedeli, con attenzione al rinnovamento della liturgia, al ruolo dei laici, ai valori dell’ecumenismo.
In secondo luogo per la sua terra e i suoi abitanti: amò il suo ministero come vice parroco, come formatore nei seminari, come parroco immerso nelle questioni del lavoro, dell’ammodernamento delle periferie, ma anche dello studio, del confronto, del discernimento.  Infine fu prete per Gesù: non perse di vista che la sua vocazione era quella di portare la gioia del Vangelo ai suoi contemporanei e dunque intese tutte le attività di cui si fece promotore come dei semi gettati nel campo del mondo e non come iniziative eroiche di protesta.

Diventato parroco a Brancaccio nel 1990, fece subito risistemare le campane, mise i cestini delle offerte in fondo alla chiesa perché la gente potesse, liberamente, dare e prendere, costruì un luogo (il centro Padre nostro) dove i giovani – ma non solo – potessero incontrarsi e sperimentare la fecondità della vita insieme. Credette che il problema mafia, non era tanto una questione militare, quanto di mentalità: per questo ebbe a cuore l’educazione dei bambini, con il catechismo e lo svago, testimoniando come evangelizzazione e promozione umana si possano includere e innervare vicendevolmente.
Il suo sorriso all’esecutore del suo omicidio, ricorda le parole di Gesù a Giuda: “Amico, per questo sei qui”; sapendo di essere un po’ blasfemo, esclamerei che don Pino abbia superato addirittura il Maestro.

Pubblico qui un’intervista a Salvatore Spatuzza che racconta di quella sera:
«Non ho esperienza di santi. quello che posso dire è che c’era una specie di luce in quel sorriso. Un sorriso che mi aveva dato un impulso immediato. Non me lo so spiegare: io già ne avevo uccisi parecchi, però non avevo mai provato nulla del genere. me lo ricordo sempre quel sorriso, anche se faccio fatica persino a tenermi impressi i volti, le facce dei miei parenti. quella sera cominciai a pensarci, si era smosso qualcosa».

Don Pino era riuscito, anche nell’ultima sera di vita, a far sperimentare la via della Misericordia divina.
Ho ricevuto alcuni pugni nello stomaco da questo pellegrinaggio (scagliati dalle meditazioni dell’Arcivescovo, dal confronto comunitario e dalla riflessione personale) che condivido con voi sperando di creare dibattito, protesta, o almeno un po’ di mal di testa a noi Cristiani stanchi del terzo millennio:

1.    La persecuzione dovrebbe essere lo stato normale e appropriato per ciascun cristiano. “Dalla testimonianza al martirio il passo è breve” diceva don Pino. Non vorremmo fare i conti con questa realtà, vorremmo essere una società cristiana potente, senza problemi, sacrifici, scelte radicali di vita. Siamo spesso dei grandi tiepidi, poco innamorati di Gesù e dunque incapaci di immedesimarci a lui anche nel momento del rifiuto e dell’esperienza dell’essere “piccolo gregge”. Don Pino, suscita in noi il desiderio di avere pensiero e sentimenti di Gesù!

2.    La propria vocazione è la via per diventare santi. Don Pino era prete prete. Non prete mestierante, prete manager, prete contestatore. Ognuno di noi, ci assicura la Chiesa, se vive fino in fondo il suo essere sposo, prete, consacrata, fidanzata, seminarista, persona in ricerca del suo posto, sarà chiamato a grandi cose, a diventare famoso, non su facebook o nelle chiacchiere del bar, ma nel cuore di Dio. Don Pino facci diventare santi!

3.    C’è bisogno di una comunità che includa e non escluda. Se avessi vissuto questo pellegrinaggio da solo – e non coi miei confratelli – non avrei sentito la Grazia che lo Spirito dà “quando ci raduniamo nel Suo nome”. Sia chiaro: non si va tutti d’accordo, le visioni di Chiesa sono le più disparate, le età e le esperienze diversificate, ma tutti abbiamo sperimentato come la fraternità aperta – e non scelta – è il luogo dove Dio scende. Corriamo il rischio di far fatica ad accogliere, a coinvolgere, a diminuire perché altri possano crescere. È stato bello sentirmi cercato dai preti con più anni di ministero: facciamo sentire alle famiglie che si avvicinano alla Chiesa che ci sono Cristiani che scrutano, amano, cantano a una voce sola il canto nuovo del Signore Risorto. Don Pino, sostieni la nostra vita di comunità!

 

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