La messa nella Basilica intitolata al Santo patrono, uno dei momenti salienti della visita del cardinale Scola nella I Zona pastorale

di Annamaria BRACCINI

Scola_Sant'Ambrogio

È nella Basilica di Sant’Ambrogio, «sua splendida dimora», che il cardinale Scola vive, insieme alla comunità di fedeli e a molti concelebranti, «il momento culmine, l’azione eucaristica di questa bella e intensa giornata», come dice. Giorno dell’atteso incontro con la Zona pastorale I, la città di Milano, che conclude la serie delle sette visite, iniziate il 12 ottobre, alle altrettante Zone in cui si articola la diocesi. E quello dell’Arcivescovo è, così, un saluto che lui stesso definisce «commosso», ma anche «turbato», perché la celebrazione segna pure la presa di possesso della cattedra di Ambrogio, cattedra episcopale risalente, nella sua parte più antica, al IV secolo: cattedra su cui, infatti, siede durante la Messa il successore attuale del santo patrono.

Il Pastore viene salutato dal Vicario episcopale di Zona I, monsignor Erminio De Scalzi, concelebrante con l’intero capitolo di Sant’Ambrogio, che ricorda all’Arcivescovo «la nostra sintonia piena e cordiale con il suo Ministero». E sottolinea allora il Cardinale, anche un altro «segno da parte della Provvidenza», coincidenza felice, ossia che la celebrazione si svolga nei vespri del 9 novembre, e, dunque, sia vigiliare della festa della Dedicazione della basilica Lateranense. «Questo dice – spiega nell’omelia – la bellezza e la pienezza della nostra unità con la Chiesa di Roma».

Poi, attraverso l’analisi delle tre letture, lo svolgersi della riflessione: dalla Lettura del primo Libro dei Re, che richiama la domanda e l’ascolto, alla Prima ai Corinzi con quel «nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo». «Il vero fondamento ci precede», nota il Cardinale, che continua: «La nostra Chiesa che è, come tutte oggi, un poco in affanno in questa impagliata Europa, riscopra questo fondamento. Ritorniamo alla radice eucaristica».

Una “roccia”, dunque, alla quale rimanere aggrappati – per usare parole pronunciate in un’altra occasione dall’Arcivescovo – senza paura, accettando la sfida che viene dalla modernità «dalla sua pluriformità» nella società, ma anche nella Chiesa, «con i cammini delle vecchie e nuove aggregazioni» per essere davvero, nel rispetto della libertà di ciascuno, «in comunione, in unità, Chiesa dalle porte aperte, pietre vive dell’annuncio».

E, questo, appunto perché, come recita ancora la pagina di Giovanni, «Viene l’ora ed è questa». «Qui e ora», pare suggerire l’Arcivescovo, pur nelle tante difficoltà del tempo presente, nella storia di luce e ombre che caratterizza ogni società e ogni vita personale, nonostante le ferite, nel «fuoco che proverà la qualità dell’opera di ciascuno», come scrive Paolo sempre nella Prima lettera ai Corinti.

Dare testimonianza vera e credibile, «perché ogni nostro fratello possa trovare la bellezza del credere nella grande Milano e nella nostra grande diocesi», con la ricchezza della «creatività dei mondi che la abitano», della quale «abbiamo tanto bisogno per superare le difficoltà in cui versa tutto il pianeta e in questo momento, in specie, il nostro Paese».

Alla fine, il saluto dei moltissimi che circondano l’Arcivescovo con affetto evidente suggella quest’incontro vissuto nella bellezza di “pietre” tra le più nobili e ricche di storia della nostra diocesi e dell’edificazione della Chiesa che proprio da Ambrogio prende nome e la fede delle pietre vive che siamo tutti.

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