La storia avventurosa e drammatica della pala di Michelangelo Merisi, realizzata per la basilica di San Pietro in Vaticano, ma "ispirata" a un modello di Ambrogio Figino, oggi conservato presso l'oratorio dell'Immacolata a Milano.

di Luca FRIGERIO

Caravaggio

Fu contestata, rifiutata, rimossa. Ma tutti, fin da subito, riconobbero che era un’opera straordinaria. E teologicamente corretta. Stiamo parlando della celebre pala della Madonna dei Palafrenieri (nota anche come Madonna del Serpe), capolavoro di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, oggi conservata alla Galleria Borghese di Roma, ma in origine realizzata per uno degli altari della nuova basilica di San Pietro in Vaticano.

Quello che non tutti sanno, invece, è che quel mirabile dipinto, evocativo del mistero dell’Immacolata concezione e del ruolo di Maria nel divino disegno della Redenzione, fu probabilmente ispirato al Caravaggio da un’altra splendida opera di simile soggetto, quella di Giovan Ambrogio Figino. Una tela per lo più poco accessibile (conservata presso l’Oratorio dell’Immacolata, accanto alla chiesa di Sant’Antonio Abate), e quindi pressochè sconosciuta al pubblico, nonostante le citazioni sui libri di storia dell’arte. Ma che sarà illustrata, insieme a un’introduzione al relativo capolavoro caravaggesco, proprio nel corso di un incontro per molti versi insolito ed esclusivo (in allegato la locandina).

L’apprendistato milanese dell’adolescente Merisi è ancora tutto da chiarire. Sappiamo infatti che nella primavera del 1584 – pochi mesi prima, quindi, della morte di san Carlo – il tredicenne Michelangelo venne affidato a Simone Peterzano (che fieramente si firmava «allievo di Tiziano»), presso il quale rimase per quattro anni. Cosa però il nostro allievo abbia visto, studiato e, soprattutto, realizzato in quei mesi è pressochè impossibile dirlo, allo stato attuale dei documenti e delle ricerche. Tra le personalità del mondo artistico ambrosiano, tuttavia, il giovane Caravaggio potrebbe aver conosciuto proprio il Figino, pittore assai apprezzato dalla committenza ecclesiastica dell’epoca, che un manoscritto ottocentesco conservato all’Ambrosiana ricorda addirittura, ma senza riscontri, come sorta di “patrono” dell’agitato apprendista…

Quel che è certo, invece, è che attorno al 1583 il Figino realizzò per la nuova chiesa di San Fedele, voluta dallo stesso vescovo Borromeo per i gesuiti, una grande pala raffigurante appunto la Vergine che, con l’aiuto del Bambino Gesù, schiaccia sotto il suo calcagno il biblico serpente: simbolo del male sconfitto, tramite il suo Divin Figlio, dalla nuova Eva, Maria. Chiesa che il Merisi doveva ben frequentare, essendo uno dei cantieri artistici più importanti della città, e dove il suo stesso maestro Peterzano, in quegli stessi mesi, aveva collocato una grande Deposizione, ancor oggi al suo posto. Cosa, invece, che non è avvenuta per la tela del Figino, che dopo vari passaggi nel 1637 finì proprio nel tempio di Sant’Antonio Abate.

È facile immaginare, dunque, che il nostro Caravaggio se ne sia ricordato al momento di realizzare la nuova pala per l’altare della Confraternita dei Palafrenieri in San Pietro, nel 1605: una commissione prestigiosa, che dopo i successi di San Luigi dei Francesi e di Santa Maria del Popolo, avrebbe consacrato il pittore lombardo ai massimi livelli. Ma non tutto andò come sperato…

La tela infatti, regolarmente e interamente pagata (a indicare quindi la piena soddisfazione della confraternita committente), rimase esposta nella basilica vaticana soltanto un mese, o forse pochi giorni appena. Poi venne rimossa – brutalmente, si potrebbe dire -, forse per ordine dello stesso pontefice Paolo V. Ma quali siano state le ragioni precise non è ancora stato chiarito. Fin da allora, infatti, si parlò genericamente di una «mancanza di decoro», con quella Madonna dalla bellezza popolana e dalla scollatura volgare, con quel Bambino Gesù così impudentemente nudo, con quella sant’Anna così sciattamente vecchia… Accuse formali, insomma, e non certo sostanziali, se si considera che l’opera rispetta infatti la piena ortodossia cattolica in tema mariano, al punto che Pio IX, nel 1854, proclamando il dogma dell’Immacolata concezione, riprenderà con esattezza questa stessa suggestiva iconografia.

Il fatto è che Caravaggio, nel frattempo, era ricercato come assassino. E il cardinal nepote, quel potente Scipione Borghese che non si fermava davanti a nulla pur di aumentare la sua collezione, bramava avere un’opera del Merisi… Un intreccio di circostanze e di eventi, che segneranno il destino della Madonna della Serpe e del suo autore.

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