Il convegno organizzato da Caritas locale, Zona pastorale V e Università Bicocca in occasione della Giornata mondiale del malato

di Fabrizio ANNARO
Caritas Monza

Un convegno che ha saputo parlare sia al cuore, sia alla testa, impegnativo, ma ricco di stimoli. Numerose le domande e gli interventi dal pubblico, qualificati i contributi dei relatori. Il tradizionale appuntamento di riflessione sulla sofferenza, voluto dalla Zona Pastorale V e realizzato da Caritas di Monza con la collaborazione della Facoltà di Medicina dell’Università Bicocca, in occasione della Giornata mondiale del malato, è ormai giunto alla sua 11esima edizione. Si è confermato anche quest’anno come un momento di rilievo, che coinvolge non solo le comunità cristiane, ma anche la città, chiamata a riflettere sulla sofferenza, tema sgradito e spesso rifiutato. Quest’anno il convegno ha affrontato la relazione  fra fede e sofferenza, perché quando la prova del dolore bussa alla porta non c’è nulla di scontato neppure per il credente.

Il convegno si è aperto con i saluti del Vicario episcopale monsignor Patrizio Garascia, che ha ripreso il messaggio di Benedetto XVI sulla parabola del Buon samaritano, «un invito a prenderci cura dell’altro, soprattutto di chi è più debole, malato, afflitto… Gesù si spoglia del suo essere divino per farsi vicino all’umanità disorientata e piegata dal male e dal peccato…». Monsignor Garascia ha ringraziato e benedetto quanti prestano servizio accanto ai malati, perché questa consolazione «l’avete fatta a me», come recita il richiamo evangelico.

Anche Enrico Pogliani, medico e professore della Facoltà di Medicina, ha ringraziato i presenti e gli organizzatori e ha ricordato quanto sia difficile e problematico accompagnare chi è immerso nel dolore. Accompagnamento, assistenza, vicinanza che i medici praticano quotidianamente, in particolare quelli che assistono pazienti terminali. Perché il dolore? «Come medici combattiamo il dolore senza conoscere la sua intima radice – ha concluso Pogliani -, ma spesso soccombiamo. La fede aiuta a resistere. Riflettere sulla passione collettiva del dolore, invita  a trovare qualche incoraggiamento e qualche spunto che rafforza la speranza».

Ed è proprio lo spirito di ricerca, di approfondimento e di indagine il metodo proposto dai due relatori, il filosofo Federico Leoni dell’Università Statale di Milano e il teologo e monaco della Comunità di Bose Luciano Manicardi. Contributi che hanno condiviso con i partecipanti le inquietudini, le trepidazioni, le domande sul patire e che hanno cercato di accompagnare sulla strada della ricerca sui perché del dolore.

Il filosofo Leoni ha focalizzato il tema della sofferenza cercando di definirla con l’aiuto di Heidegger, che intende il dolore come «l’intimo racchiudersi di qualcosa, come il raccogliersi in una massima intimità, unica nel suo genere, diversa nel significato da persona a persona». La sofferenza è una forza che limita e conduce al centro di noi stessi, del nostro corpo, una prigione mai voluta né immaginata. Il soffrire poi, qualunque patire, è sempre un campanello di allarme che rimanda all’ultima stazione del nostro viaggio. Le parole non aiutano a capire il dolore, perché ogni dolore è diverso dall’altro. Il soffrire non può esser oggettivo, per definizione è uno stato d’animo diverso da persona a persona. L’universalità del significato della parola soffrire decade di fronte all’esperienza di ognuno di noi, che illustrerebbe diversamente il senso del soffrire.

Come ha affrontato la società il problema del soffrire? Secondo Leoni la nostra cultura ha generato un sistema di “deleghe” che si sviluppano in due modi: da un lato la società occidentale ha sprigionato un potere tecnico, con la medicina che combatte il dolore attraverso una metodologia scientifica fondata sull’oggettività piuttosto che sulla soggettività; dall’altro, con la religione, ha pensato di “delegare” all’aldilà la ricerca della felicità e l’annientamento del soffrire. In verità – ha concluso Leoni – dalla fede e dai credenti ci attendiamo che già qui, nel nostro presente, possa manifestarsi il regno di Dio. Per realizzare ciò, occorre mettere in discussione l’immagine di Dio che noi stessi ci siamo fatti o costruiti come condicio sine qua non per entrare in vera relazione con Dio.

Ipotesi confermata dal monaco Manicardi che, citato il poema biblico di Giobbe, ha ricordato come il protagonista nel finale si renda consapevole che l’intima, vera, palpabile relazione con Dio che lui stesso sperimenta e che gli rivela un nuovo senso e significato del vivere, lo conduce ad affermare che solo così scopre il vero Dio, lo sente più vicino e più autentico. Prima «lo conosceva solo per sentito dire». Ed è proprio l’idea di Dio che noi ci costruiamo o che ci facciamo costruire, a essere la barriera e al tempo l’opportunità per varcare quella soglia che spesso la sofferenza ci induce a varcare e che fa scoprire una nuova dimensione spirituale e un nuovo significato del vivere.

Manicardi sottolinea più volte che lo spirito cristiano non è ricerca della sofferenza per poi godere della Gloria di Dio, smonta i luoghi comuni che hanno dipinto il senso cristiano come un’esaltazione eroica del patire, «perché la croce non è il fine del vivere, la croce è bestemmia perché patibolo e punizione del male commesso dall’umanità che Cristo stesso si è preso su di sé per non caricarlo sull’uomo… Uscire da una banalizzazione del credo cristiano dedito alla esaltazione della sofferenza, che  oscura il vero significato liberatorio e di guarigione che lo stesso Cristo manifesta all’uomo e al mondo…». Una ricerca che chiama non solo i volontari, i medici, o quanti sono accanto ai malati, ma invita le comunità a costruire itinerari di riflessione di prossimità accanto ai sofferenti. Anzitutto con l’ascolto, consapevoli delle difficoltà e della fatica di ascoltare e condividere, poi approfondendo alcuni brani della Parola come quelli di san Paolo, enigmatici e inquietanti come per esempio l’affermazione che la potenza di Dio si manifesta nella debolezza.

L’incontro con il malato, per Leoni e Manicardi, si palesa sempre più come relazione fra «la potenza di chi è sano e può esercitare le azioni della vita e l’impotenza di chi è malato e spesso fatica anche nelle semplici azioni del quotidiano». È qui che la relazione corre il rischio di sprofondare negli abissi dell’incomunicabilità e dell’incomprensione. La sofferenza è quel percorso che riduce le possibilità sino ad annullarle, perché con la morte ogni possibilità è chiusa almeno nella vita terrena. Non così per il protagonista del racconto di Tolstoj La morte di Ivan Il’ic, citato da Manicardi come esempio rivelatore di come “vincere” la sofferenza: un grigio burocrate russo scopre e gusta un nuovo senso della vita proprio in punto di morte.

Interventi e testimonianze su www.caritasmonza.org

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