Cronaca di alcuni giorni con don Enrico, nella comunità indigena di Tamulté de las Sabanas

Massimo De Giuseppe

Tabanas

Quando siamo arrivati nel Tabasco, eravamo in Centroamerica già da circa 20 giorni. Avevamo attraversato realtà tra loro molto diverse, come quella salvadoregna, guatemalteca e dei Chiapas, eppure tutte accomunate da un sottile filo che è nascosto nell’eredità di un’antica cultura precolombiana, assai specifica nelle sue realtà locali ma segnata da una serie di elementi fondanti comuni. In Tabasco, uno Stato meridionale del Messico, confinante con Chiapas e Campeche, ci apprestavamo inoltre a vivere un’esperienza nuova, andando a visitare la comunità (a netta prevalenza indigena) in cui vive e opera da alcuni anni un prete di origine bresciana, trapiantato a lungo nel legnanese (dove ha lasciato un ricordo forte di sé) che risponde al nome di don Enrico Lazzaroni.

Don Enrico, che vive in Messico da oltre 10 anni, l’ho incontrato solo una volta prima di giungere nella Mesoamerica (per un viaggio di nozze e, in piccola parte, di ricerca), proprio a Legnano nel monastero del Carmelo, grazie alla conoscenza comune di Giorgio Vecchio.
Quando l’ho chiamato al telefono, dall’antica città maya di Palenque, alle porte della selva lacandona, per avvisarlo dell’arrivo mio e della mia sposa Maria, non sapevo bene cosa ci avrebbe aspettato.

Giunti a Villahermosa abbiamo scoperto che quel breve intervallo tasbaqueno non sarebbe stata una semplice tappa di viaggio, ma un piccolo incontro con la realtà complessa (seppure semplicissima nei suoi presupposti) della religiosità e dell’umanità centroamericana, così come con la realtà spesso contraddittoria delle comunità indigene messicane.

Anche qui i contrasti esistono, sono forti e si vedono, anche se forse con minor violenza che in Guatemala e, ancor più, in EI Salvador, quasi ovattati dall’infinito calore di questa terra di chili, mais e tartarughe.
In Messico, ed in ogni suo Stato con specifiche particolarità, la questione indigena è ancora aperta, così come il rapporto complesso tra il mondo contadino del campo e quello urbanizzato.

Dopo la stagione coloniale delle violenze e dell’evangelizzazione forzata, il confronto tra mondo indigeno (sempre più difficile esso stesso da definirsi), spagnoli, creoli e meticci, è passato attraverso l’età dell’illuminismo, dell’indipendenza e della rivoluzione, seguendo le vicende del consolidamento nazionale messicano e passando attraverso drastiche trasformazioni socio-economiche e conflitti.

Questo lungo processo di interscambio più o meno forzato, si è fatto nel tempo ora violento, ora pacifico ora semplicemente silenzioso. Nonostante l’incontro con quella che i bianchi chiamano "modernizzazione", molte comunità indigene, pur con diversi gradi e caratteristiche, hanno comunque continuato a conservare una forte identità propria, sia sotto il profilo religioso (con forti elementi di sincretismo e a volte sovrapposizione devozionale) che socio-economico e culturale.

L’esistenza di un’articolata classe media rende inoltre il panorama sociale messicano più variegato (e ulteriormente complesso) rispetto alle realtà con cui eravamo entrati in contatto nelle settimane precedenti, mentre un dato comune appare nella crescente presenza di piccole comunità evangeliche e protestanti di diretta derivazione nordamericana, spesso impegnate in una sorta di "aperta concorrenza" con la chiesa cattolica.

La parrocchia dove don Enrico opera da circa due anni si trova a Tamulté de las Sabanas, a poco più di un’ora di strada (l’ultimo tratto sterrato) dalla capitale dello Stato, Villahermosa.
Siamo alle soglie del Delta dei grandi fiumi della regione, il Grijalva e I’Usumacinta (lo stesso che molto più a sud diede vita ad una della più grandi città maya del periodo classico, la monumentale Yaxchilàn).
La grande maggioranza della popolazione che abita il territorio della parrocchia è costituita da indigeni dell’etnia Chontal. II Tabasco è uno Stato particolare, dalla storia antichissima.
Qui, nella zona di La Venta, si sviluppò la più antica civiltà stanziale mesoamericana, quella degli Olmechi (900-200 a.C.), che impresse una serie di elementi culturali (religiosi, urbanistici e scientifici) alle civiltà più compiute dell’intero continente, tra cui Teotihuacani, Maya, Toltechi e ultimi Aztechi. Nel Sud dello Stato è forte però la presenza di diverse etnie di derivazione maya la cui forte identità ha permesso di conservare una serie di elementi culturali antichi. In età coloniale nel Tabasco giunsero pochi ordini religiosi, a causa anche del clima inospitale, e nella prima fase dell’indipendenza messicana vi confluirono diversi imprenditori europei attratti dall’idea di poter commerciare l’indaco.

Mentre gli Europei esportavano i colori, alle soglie del Novecento due nuove rivoluzioni economiche investirono lo Stato, la prima attraverso le grandi coltivazioni di caffè (che attirarono capitali stranieri, in particolare statunitensi, totalmente estranei alle colture agricole tradizionali), la seconda con la scoperta di importanti giacimenti di petrolio nella parte sud-occidentale.

Il periodo postrivoluzionario, quello di consolidamento dei simboli patri nazionali, ha visto esplodere nello Stato una delle più violente manifestazioni della lotta tra Stato e Chiesa che allora investì l’intero paese.
Nonostante la riconciliazione dei 1929, molto di quel periodo sembra esser rimasto scritto nell’immaginario collettivo nazionale.
Don Enrico è venuto a prenderci alla stazione dei bus di Villahermosa in compagnia di Cliavelita, una simpatica ragazza dalle forme rotonde, che riveste più ruoli all’interno della comunità parrocchiale, da quello di cuoca a quello di segretaria. Chavelita, non è di Tamulté ma ha accompagnato, insieme a due suoi fratelli, don Enrico dalla sua precedente esperienza pluriennale nel villaggio di Tacotalpa, alle falde della sierra chiapaneca.

Mentre procedevamo verso Tamulté, ci siamo accorti immediatamente di tre cose: la presenza di numerose chiese evangeliche (alcune piccole come una casa privata), il caldo umido che sembra avvolgere tutto e tutti (le donne locali si lavano almeno tre volte il giorno) e l’enorme estensione di questi territori.

Tatmilté è un paese di circa duemila abitanti ma appare come una tela intessuta di fitte comunità di campesinos e pescatori indigeni, spesso lontane tra loro ed anche piuttosto eterogenee.

La strutturazione territoriale della parrocchia costringe don Enrico a effettuare lunghi spostamenti quotidiani per poterle raggiungere tutte almeno una volta la settimana (la media è di tre messe giornaliere, tranne il Lunedì, giorno di riposo).

La vastità territoriale delle parrocchie è un dato costante in buona parte dei paesi centroamericani, eredità di un retaggio storico che ha ;sempre visto una certa scarsità di sacerdoti nelle regioni rurali più povere, cui gli indigeni hanno spesso supplito attraverso la presenza di catechisti o mayordomos.

Questa figura, particolarmente significativa per comprendere alcuni elementi dell’originalità del cristianesimo centroamericano (tra cui la conservazione di un profondo sincretismo e la presenza di particolari forme devozionali) non esiste più a Tamulté ma è ancora presente in altre realtà non distanti come la stessa Tacotalpa .

Con i Chontal don Enrico ha iniziato un percorso di recupero della propria identità culturale che traspare in particolar modo dall’opera intensa di maestri e catechisti. Attualmente il parroco italiano sta lavorando alla preparazione di una messa in Chontal (operazione già riuscitagli con più facilità presso i Chol), mentre ha commissionato ad un carpentiere locale la decorazione delle porte per la chiesa (attualmente ne è ancora sprovvista) nel tentativo di riprodurre alcune immagini tradizionali di vita quotidiana della storia locale.

Un approccio interculturale, frutto di un lungo e faticoso processo di trasformazione delle forme di evangelizzazione (a volte anche tragica visti i caratteri della conquista), che trova i suoi modelli di riferimento in personaggi quali Bartolomé de Las Casas o Vasco de Quiroga, che è a mio avviso il più produttivo e rispettoso delle identità locali e del loro antichissimo passato.

I Cliontal sono uno dei gruppi etnici meglio inseriti nella realtà multiculturale messicana; hanno perso il costume di portare abiti tradizionali come fanno ancora Tzotzil e Tzetzil in Chiapas e molti giovani comprendono ormai solo il castigliano, ma ciò non ha impedito loro di conservare un forte spirito di comunità.

II primo giorno con don Enrico ci ha gettati immediatamente nella realtà della sua parrocchia; a bordo della sua anziana jeep ci siamo imbarcati in un tour de force di tre messe in comunità distanti alcune decine di KM tra loro, ognuna diversa dalla precedente.
La prima in una comunità di pescatori (dove siamo arrivati su una piccola lancia) di pesce lagarto (una sorta di incrocio tra un caimano e un piccolo luccio) che festeggiavano l’arrivo nella loro cappella (in un campo. sotto una tenda) della vergine del Carmen.

Alla messa è seguita una piccola festa con le donne, gli uomini e i bambini che celebravano l’evento cantando, suonando e mangiando tamales (una sorta di polenta ripiena di pesce e peperoncino, cotta dentro a verdi foglie di banano).
Superati altri pantani, presi verdissimi, filari di mantlas (un albero pesante come il ferro che gettato in acqua affonda) e iguana, in viaggio con la banda musicale del posto, siamo quindi arrivati alla seconda comunità, questa interamente indigena. Qui hi chiesa era allestita tra alcune capanne di paglia, le ragazze locali avevano preparato un coro e i bambini inseguivano dei rospi durante la celebrazione. In entrambe le occasioni al termine della messa padre Enrico ha presentato al pubblico me e Maria.

Tutti restavano profondamente colpiti dal fatto che un italiano, di un’università lontana, di una città forse mai sentita nominare prima, si stesse occupando di uno studio storico sulla popolazione indigena messicana.
L’ultima messa del giorno era quindi nella sede parrocchiale, dove un gruppo di anziani e catechisti aspettava impazientemente l’arrivo di don Enrico, ormai esausto (è impressionante la forza di questo prete armato solo di piccoli ventilatori a pale e di una veste bianca).

La chiesa di Tamulté era un tempo una piccola costruzione bianca in stile coloniale, con tramezzi di legno e barchette sospese. I1 parroco precedente l’abbatté diversi anni orso no per costruirne una nuova, più grande (e molto più calda) in cemento. Paradossi e contraddizioni del cristianesimo centroamericano.

Quando Enrico fu trasferito a Tamulté, la chiesa era, oltre che senza porte, priva dì tetto (oggi faticosamente ricostruito grazie anche ai contributi raccolti nell’ultimo viaggio legnanese).
Fin dal mattino del secondo giorno ci siamo accorti che la parrocchia è in realtà una grande comunità aperta in cui ferve un attivismo incredibile.
Gruppi di ragazzi, giovani, studentesse, catechisti, anziani in riunione, membri della confraternite, ognuno con un ruolo ben preciso, sembrano muoversi senza interruzione, almeno fino al tramonto.

Anche lo spazio fisico sembra perdere l’idea di barriere e recinti per assumere le forme di una grande formicaio di operosità attiva (in cui don Enrico vorrebbe importare alcuni modelli della tradizione degli oratori italiani).
Anche se il tenore di vita è estremamente basso (lo stipendio medio di un campesino si aggira sulle 7-8.000 lire giornaliere), si percepisce l’importanza di avere forme di organizzazione sociale per la vita di una qualsiasi comunità, grande o piccola che sia (questo non si percepisce per esempio nelle periferie di molte grandi città latinoamericane, dove si perdono tutti i riferimenti aggregativi).

L’attivismo dei membri di questa comunità organica ha quindi raggiunto il suo culmine nella giornate di Sabato e Domenica, in occasione di una raccolta di fondi per la chiesa e dell’avvio dei preparativi per una grande celebrazione interparrocchiale prevista per la settimana successiva (Chavelita insieme alla sua famiglia, giunta a Tamulté per l’evento, ha lavorato per tre giorni alla preparazione di tamales ed empanaditas da vendere in pubblico).

Dopo una notte conclusasi con il canto di un borrachito in mezzo alla strada (l’alcolismo maschile è un problema tutt’altro che secondario nelle comunità, in particolare nei fine settimana), la mattinata della raccolta ha preso il via alle cinque con la litania intonata al megafono dalla venditrice della macelleria La voluntà de dios, concerto a cui si sono uniti galli, uccelli, cani, e le marmitte bucate dei primi pullman del mattino.

Alcuni giovani, maestri e anziani della comunità (di ambo i sessi) si sono quindi recati in un campo per ripulirlo, con fuoco e machete, in vista della festa e della processione. L’idea di celebrare le messe nel campo e all’aperto non è affatto balzana, si è dimostrata anzi il modo migliore per ottenere un’effettiva e sentita partecipazione della popolazione.

Mi sorge anche il sospetto che se don Enrico non si calasse così appieno nella realtà locale, lavorando lui stesso nel campo e impegnandosi con gli altri, non sarebbe così ben accettato e rispettato dalla comunità e verrebbe forse visto come un pur autorevole estraneo.

Non bisogna dimenticare che tutto qui nasce dal legame con la terra, dal ruolo antico del milpa (il campo di mais), base della struttura religiosa, politica, socio-culturale e finanche scientifica dei popoli mesoamericani.
Proprio la festa è quindi un’occasione unica per capire elementi della religiosità indigena e (lei profondo legame esistente tra la loro antica struttura cosmogonica e l’impianto degli elementi cristiani. Tra gli indigeni ad esempio vi è una totale assenza di bestemmie e un grande rispetto delle forme devozionali altrui, eredità forte di elementi culturali che secoli di scontri e convivenza cm culture lontane non sembrano aver totalmente cancellato.

Elementi di questa religiosità, così diversa dalla nostra, li abbiamo percepiti semplicemente camminando tra la gente, parlando, guardando i maestri e le bambine che preparavano coreografie di fiori e frutta, o quando Hector, il fratello di Chavelita ci ha illustrato il significato delle offerte per un altare dedicato alla vergine di Guadalupe. Una settimana dopo, proprio visitando le basiliche a lei dedicate a Città della Messico, avremmo toccato con mano tutti i caratteri, le spinte e anche le contraddizioni di questa "grande pentola" del cattolicesimo latinoamericano.

Al tramonto dell’ultima sera guardavo la piazza di Tamulté, mentre una cagnetta in carne, con una lunga fila di figli, l’attraversava baldanzosa. Non si muoveva un filo di vento, nel cuore del Tabasw, eppure mi veniva in mente quella croce così spesso incontrata durante questo viaggio, che qui non era una certo novità al momento dell’arrivo degli Spagnoli.
Era l’origine della vita, rappresentava l’albero cosmogonico, quello che divideva il mondo nei suoi quattro punti cardinali e nei suoi quattro colori: il giallo, il nero, il bianco e il rosso.
 

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