Comunicato degli Uffici di Pastorale sociale e del lavoro delle Diocesi lombarde in occasione delle Veglie di preghiera per il mondo del lavoro proposte in prossimità del 1° maggio

Pubblichiamo il comunicato degli Uffici di Pastorale sociale e del lavoro delle Diocesi lombarde in occasione delle Veglie di preghiera per il mondo del lavoro proposte in prossimità del 1° maggio, memoria di San Giuseppe Lavoratore, secondo le indicazioni ricevute dai Vescovi lombardi in occasione della Sessione della Conferenza episcopale lombarda del 6-7 febbraio scorso e l’ultimo confronto tra i responsabili degli Uffici del 21 febbraio scorso.

Incaricati dai nostri Vescovi, in quanto Responsabili degli Uffici per la Pastorale Sociale e il Lavoro delle Diocesi Lombarde, proponiamo alle comunità cristiane e a quanti condividono una sincera attenzione per i numerosi problemi attuali del mondo del lavoro alcune nostre riflessioni, affinché diventino motivo di approfondimento, dialogo, rinnovata assunzione di responsabilità comuni.

1. In primo luogo, riteniamo importante esprimere viva preoccupazione per la durata e le conseguenze, sempre più vistose, della pesante crisi di carattere globale in atto. Crisi certamente di ordine economico-finanziario, ma più in radice culturale ed etica. Al riguardo, ci si attendono per lo più soluzioni in sede tecnica, mentre le cause sono ben più profonde, di carattere sociale, culturale, etico; pensare quindi di risolverne gli effetti emergenti senza affrontarne i motivi di fondo appare sempre più velleitario. Proprio le sue cause, d’altra parte, appaiono difficili da rimuovere a breve, perché insite in stili di vita, personali e istituzionalizzati, ampiamente radicati e come tali non facilmente modificabili. D’altra parte, altri segnali, per quanto iniziali e incerti, confermano che dalla crisi è non soltanto auspicabile ma anche possibile uscire. Anche migliori, a condizione che da essa si impari; e presto, e a fondo. Diversamente, il rischio più immediato è ricaderne in un’altra, magari ravvicinata e dalle proporzioni ancora più preoccupanti. Come afferma in proposito papa Benedetto XVI (Caritas in veritate n. 21):

La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente.

2. Una delle conseguenze più insidiose della crisi è che a essa in qualche misura ci si adegui, ci si abitui, così che anche la questione centrale, quella del lavoro, che  affiora in tutto il suo spessore se traguardiamo l’attuale situazione dal punto di vista che più ci è caro, la persona umana, da emergenza occasionale finisca lentamente per cronicizzarsi. Occorre invece affermare con forza che come la crisi non si è generata da sé, né ha alla sua origine cause inevitabili, così occorre per questo trovare risposte efficaci, ricercando insieme, con costanza a attraverso un comune impegno, non soltanto soluzioni di carattere tecnico, pur necessarie, ma un vero e proprio cambiamento di mentalità nella vita comune. Dai rinnovati, auspicabili nuovi stili di vita – a livello personale, familiare, delle nostre comunità, come pure delle istituzioni, a partire dall’evitare consumi inutili e sprechi per rendere disponibili maggiori risorse per il lavoro – a una vera cultura della solidarietà, prima e irrinunciabile risposta per ricostituire e rafforzare quel tessuto sociale solido, coeso, che non può essere affidato soltanto alla buona volontà di alcuni.

3. Entro questo contesto, condividiamo la preoccupazione di sempre più numerose persone per la loro situazione lavorativa (soprattutto di molti giovani e di ultra quarantacinquenni, rispettivamente non ancora o non più occupati) ma anche di chi, pur disponendo attualmente di un’occupazione, vive in un clima di perenne precarietà. Come è noto, questa situazione ha riflessi immediati sul vissuto personale, sul futuro e sulle scelte di vita dei nostri giovani, sulle famiglie, sul rapporto tra le generazioni, come pure colpisce anche imprese sane che si trovano ingiustamente costrette a chiudere (cfr. Caritas in veritate 25 e 40; v. anche 63). In una parola, sia pur in modo fortemente differenziato, la situazione attuale ha riflessi pesantemente negativi sull’intera popolazione lombarda, che ha da sempre trovato nel lavoro un forte punto di riferimento e un motivo di coesione del proprio tessuto sociale. In una prospettiva di “allargamento della ragione economica” come quella che scaturisce dalla fede, il lavoro non può apparire soltanto risorsa economica per alcuni e questione di gestione delle cosiddette “risorse umane” per altri. La dottrina sociale della Chiesa ci insegna a porre al centro dell’attenzione la persona in quanto soggetto irrinunciabile del mondo del lavoro, titolare di diritti e di doveri che scaturiscono dalla sua stessa natura. Diritti e doveri da riconoscersi cioè come originari, non soltanto attribuiti alla persona dalla comune coscienza corrente, ma implicati dalla sua stessa dignità. Occorrono per questo risposte adeguate ai problemi e ai valori in gioco, appropriate e tempestive, evitando di perdersi nei meandri di una burocrazia fine a se stessa o in incomprensibili intoppi procedurali.

4. Questi aspetti trovano in noi una risonanza particolare nel periodo in cui le nostre Chiese di Lombardia si stanno preparando a celebrare il VII Incontro mondiale delle famiglie a Milano dal 30 maggio al 3 giugno prossimi, sul tema che Papa Benedetto XVI ha affidato alla riflessione e all’attenzione della comunità cristiana e dell’intera famiglia umana, e che costituisce per noi un ulteriore, intenso richiamo: “La famiglia: il lavoro e la festa”. Sarà anzitutto occasione per riscoprire la centralità della famiglia per l’intera vita sociale, in quanto risorsa straordinaria di umanità e di fede, in grado di comunicare alla società tutta il senso del vivere a partire dai momenti fondamentali dell’amare, del lavorare, del fare festa. Condividiamo per questo la vivissima preoccupazione che il tempo festivo, in particolare domenicale, sia difeso da logiche puramente consumistiche e commerciali, a favore della comune riscoperta di relazioni ispirate alla gratuità e ai valori da cui è veramente sostenuto il vivere. L’Incontro rappresenta poi un’occasione di apertura alla mondialità, in molti modi già presente nelle nostre terre grazie alle numerose persone e famiglie migranti che in forza del loro lavoro sono divenute parte attiva e integrante del nostro tessuto sociale e a cui vorremmo offrire non soltanto espressioni di accoglienza ma una costante solidarietà. Con loro e verso tutti. Un’occasione infine per divenire più consapevoli, più vigilanti, più capaci di avvertire l’urgenza di temi come questi per la nostra fede e le nostre scelte quotidiane, come pure per promuovere risposte socialmente efficaci, sostenute da una profonda ispirazione etica e orientate al bene di tutti. In particolare, un obiettivo sul quale vorremmo tutti convergessero è la “conciliazione” tra famiglia e lavoro, possibile e in molti modi praticabile, a favore di tutte le soggettività sociali in gioco.

5. A partire dalla comune fede cristiana, che ci motiva e ci sostiene nelle molte forme in cui è possibile e doveroso oggi servire l’umanità, per qualsiasi ragione ferita o rifiutata, rinnoviamo il nostro invito a riproporre una cultura del dialogo, della responsabilità, della partecipazione attiva ai processi sociali, a favore di un nuovo Welfare, sociale e istituzionale, in grado di rispondere alle maggiori urgenze del nostro tempo. Desideriamo inoltre che siano messe in luce le testimonianze di chi ha saputo esporsi in prima persona come lavoratore, sindacalista, imprenditore, pubblico amministratore, studioso o altro offrendo una testimonianza credibile ed efficace in quest’ambito. La condivisione che vivremo nella preghiera e nella celebrazione delle Veglie per il lavoro che ci vedranno prossimamente riuniti nelle nostre diocesi, unitamente all’imminente beatificazione di Giuseppe Toniolo, esponente esemplare di un’economia autenticamente sociale, e all’intercessione di S. Giuseppe, patrono di tutti i lavoratori, ci siano di sostegno e di guida nel comune cammino.

I Responsabili degli Uffici per la Pastorale Sociale e il Lavoro delle Diocesi lombarde

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