Don Vittorino Zoia di Brugherio anticipa i temi della giornata del 4 febbraio a Seveso: «Non riduciamoci a una mera riorganizzazione della gestione delle parrocchie». Un’occasione di conversione per preti e laici

Comunità pastorali

Un compito delicato e complesso, nel confronto quotidiano con gli altri presbiteri, con i laici, con la gente. Dentro un cambiamento profondo dell’azione della Chiesa e della sua missione al servizio del Vangelo. Non è un lavoro facile quello che affronta un Responsabile di una Comunità pastorale, ma insieme è una chiamata avvincente alla prova dell’evangelizzazione e della comunione. L’esperienza e la fatica di questi anni sarà messa a frutto in una giornata di confronto che si terrà lunedì 4 febbraio al Seminario di Seveso, anche grazie al contributo degli stessi Responsabili di Comunità pastorale.

Ad essi è stata infatti sottoposta, in preparazione dell’incontro, una traccia per la riflessione con queste domande: che cosa ha messo alla prova la sua fede e come si è rafforzata? La forma della Comunità pastorale ha favorito la comunicazione nella fede e iniziative nuove per rinnovare e approfondire la fede della gente? La Comunità pastorale si è sovrapposta alla vita delle singole parrocchie, complicandola, o ha favorito una maggiore consapevolezza nella gente in ordine a ciò che e essenziale alla fede e alla missione? Di fatto si crea una più intensa, sincera e feconda vita di comunione? Come sciogliere nodi e questioni derivanti dalla consolidata prassi pastorale delle singole parrocchie per quanto riguarda il presiedere la vita della comunità ecclesiale (liturgia, decisioni e riferimenti locali, amministrazione)?

«Sono interrogativi che interpellano il nostro vissuto personale e comunitario di preti e laici – anticipa don Vittorino Zoia, responsabile della Comunità pastorale “Epifania del Signore” di Brugherio, la più grande per numero di abitanti (oltre 36 mila) della Diocesi di Milano -. Interrogativi che emergono in maniera chiara e provocatoria dal vissuto ecclesiale di questo tempo e di queste nuove scelte pastorali. In particolare vorrei indicare un aspetto che ritengo fondamentale per valutare il merito della forma della Comunità pastorale. Mi pare che noi sacerdoti siamo richiamati a ripensare la nostra figura e la modalità del servizio presbiterale in un orizzonte che, prima del ruolo e dell’immagine del rispettivo campanile, si apra decisamente alla conversione della comunione. In altre parole, siamo invitati dal tempo di Chiesa e di società a rivedere nella forma di una comunione realmente condivisa a servizio del Vangelo le forme tradizionali che ci sono state consegnate da un tempo di cristianità che, a parole, diciamo tramontato ma che permane più o meno in maniera consapevole dentro il nostro vissuto. Detto questo occorrerà ovviamente che il passaggio venga vissuto con grande attenzione da parte di chi è autorità nella Chiesa, sia nei riguardi dei preti, che delle parrocchie».

«Le modalità di progettazione di Comunità pastorali richiedono quindi tempo, esperienza, conversione – continua don Zoia -, che non sono da gestire a tavolino, bensì “sul campo”. Rimettersi in strada su vie non praticate che si aprono nella novità davanti a tutti è davvero la sfida provocatoria che ci viene dal desiderio che il Vangelo corra anche oggi nella forma richiesta dalla realtà di Chiesa dentro questo mondo. “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7). Occorre non perdere, anzi coltivare più che mai, l’attuale momento storico di Chiesa con uno stile “spirituale” cioè di ascolto orante ed esperienziale di ciò che lo Spirito ci dice in riferimento alla progettualità ecclesiale, come può essere la costituzione della Comunità pastorale. Questo perché non sia ridotta ad una mera riorganizzazione della gestione delle parrocchie, ma venga realmente da quella conversione del “cuore” che sola può alimentare, sostenere, illuminare, incoraggiare scelte di vita che ci rimettono in gioco. Ovviamente il discorso richiede altri approfondimenti e sfumature – conclude -; ritengo però che occorra più che mai non dare per scontata la posizione in cui ci si mette per riflettere e per vivere questa esperienza nuova della Comunità pastorale».

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