L’omelia di don Roberto Davanzo per i funerali del cantautore scomparso il 29 marzo, celebrati oggi in una gremitissima Basilica di Sant’Ambrogio

«Le riascolteremo a lungo le tue canzoni, caro Enzo, non solo per ricordarti, ma piuttosto per diventare più umani, più autentici»: questo uno dei passaggi iniziali dell’omelia di don Roberto Davanzo durante i funerali di Enzo Jannacci, il cantautore scomparso il 29 marzo a 77 anni. Le esequie sono state celebrate in una gremitissima Basilica di Sant’Ambrogio e sono state presiedute dal direttore di Caritas Ambrosiana, che ha preso proprio da una «geniale e amara poesia» di Jannacci il titolo della sua rivista dei senza dimora – Scarp de’ tenis – e «di tanti progetti di dignità».

Proprio da un altro motivo di Jannacci è partita la riflessione di Davanzo: «“Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale …”, cantavi tanti anni fa… Ebbene ora ci siamo, al tuo funerale, e siamo in tanti, e siamo tutti. Ma nella canzone precisavi il motivo, la curiosità: “Per veder se la gente poi piange davvero”. E anche questo te lo possiamo garantire: la gente ti voleva bene, ti vuole bene, perché non si può non voler bene a chi con la sua arte ha dato voce a quelli che la voce non ce l’hanno, ai tanti anonimi sconfitti della storia…».

Jannacci sarà sepolto nel Famedio e «sarà ricordato a lungo». «Ma può essere solo questa la consolazione rispetto alla separazione che la morte porta con sè? – si è chiesto Davanzo -. In questi giorni di Pasqua noi non celebriamo solo una generica sopravvivenza oltre la morte, ma anche la certezza che l’unica strada per il successo è quella che ci salva da un’indifferenza che ci condanna a una solitudine senza speranza… La Pasqua di Gesù è una risposta non certo facile e non ci mette al riparo da incertezze e disillusioni, ma è l’unica che giustifica il nostro essere qui, oggi… A patto di riuscire a sentire il fascino proveniente da quel Gesù che tanto aveva attratto Enzo in questi ultimi anni…».

Poi Davanzo ha proseguito «come Direttore della Caritas di Milano» per tornare a El purtava i scarp del tenis e al dialetto in cui è cantata, divenuto «una specie di esperanto dell’emarginazione e della denuncia di ogni indifferenza». «Quella canzone – ha sottolineato – è diventata la “cifra” di un prendersi a cuore le storie e le vite di tanti “barboni”, alla ricerca più o meno consapevole di un’esistenza più dignitosa, di un amore, di una speranza». Oggi più che mai «la carità ha bisogno anche di poeti che ci riportino all’essenziale, all’interiorità: la dimora che tutti condividiamo, anche quando non abbiamo dimora… Enzo è stato questo tipo di poeta. A noi il dovere di dirgli il nostro grazie».

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