Iperborea, Milano 2008. Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo

di Felice Asnaghi

Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani (Arak, 12 dicembre1954) si firma con lo pseudonimo  Kader Abdolah che è il nome di due compagni di lotta giustiziati dal regime di Khomeini che gli ha assassinato un fratello e violentato, imprigionato le sorelle. È uno scrittoreiranianonaturalizzatoolandesedove vive come rifugiato politicoe dove scrive le sue opere in nederlandese.
Con “La casa della Moschea” Abdolah ripercorre gli ultimi trent’anni del secolo scorso, dove si alternano fatti di vita personali e familiari in un contesto di grandi cambiamenti per la sua patria che passa da una condizione feudale, all’americanizzazione sostenuta dallo scià, dalla rivoluzione khomeinista, alla guerra fratricida con l’Iraq e una terribile repressione interna operata dai famigerati tribunali di Allah.
Il libro è arricchito da una competente postfazione della traduttrice Elisabetta Svaluto Moreolo, indispensabile per comprendere l’impianto romanzesco e inserirlo nel suo contesto storico.

Alef Lam Mim. C’era una volta una casa, una casa antica, che si chiamava “La casa della moschea”.
Kader Abdolah, inizia il racconto usando le stesse lettere che principiano alcune sure (capitoli) del Corano e che propone in diverse occasioni sia come inizio capitolo sia come antifona a una sura. Un incipit che dà la misura della solidità culturale del romanzo, certo è ambientato in uno spazio di tempo delimitato, ma in realtà i personaggi, siano essi uomini o animali, assumono ruoli che vanno ben oltre alla contemporaneità ed abbracciano un tempo infinito colorando di saggezza la drammaticità del racconto. L’inserimento di testi poetici, versetti del Corano, e le stesse lettere (Alef Lam Mim Ra) rafforzano la tesi della vera patria cui fa riferimento l’autore, cioè l’antica Persia abitata da popoli di diverse religioni, usi e costumi.

Un venerdì mattina, all’inizio della primavera, una fila interminabile di formiche esce dalle crepe delle vecchie mura della casa e si ingrossa sempre di più, arriva dal marciapiede, invade la strada e punta verso le abitazioni. Aga Jan sfoglia il libro sacro alla ricerca della sura della Formica, si ferma a pagina 377 e chinandosi in avanti legge le parole di Salomone. All’improvviso le formiche si fermano, come se ascoltassero, come se cercassero di capire chi salmodia e se ne tornano indietro.  La potenza della parola del Corano! In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso. In quest’armonia tra fede e creato si alternano fatti e misfatti, amore ed erotismo (come nell’antico filone di “Mille e una notte”), preghiere nelle moschee, affari nei bazar e politica nei palazzi. Un equilibrio che viene prima messo a dura prova dalla modernizzazione dei costumi e fatto capitolare (ma non morire) dall’instaurazione della Repubblica teocratica degli ayatollah.

Il personaggio principale è Aga Jan un mercante di tappeti che possiede nella città di Senjan, il negozio più antico del bazar. Il bazar è una città nella città; un’area chiusa da cui si può accedere da diverse porte. Un dedalo di strade coperte da tetti a forma di cupola. Centinaia di piccoli negozi addossati l’uno all’altro. Il vero fulcro economico del paese.  La moglie, Faqri Sadat, è una donna stimata tra le cui occupazioni c’è anche quella di catturare gli uccelli che a primavera arrivano dalle montagne e si posano nel cortile. Dalle loro penne fa schizzi dei motivi che le decorano per poi, grazie  ad un gruppo di sette disegnatori, trasferirli sui tappeti. Per il suo grande prestigio Aga Jan è capo del bazar e della moschea perché costruita su un terreno appartenente alla famiglia da secoli. La sua casa è a ridosso dell’edificio sacro divenendone un tutt’uno. Nella grande e “antica casa che ha trovato il suo ritmo nei secoli”, vi abitano le famiglie di tre cugini: Aga Jan, l’imam Alsabieri e il muezzin cieco Aga Shoja soprannominato, appunto, Muezzin.

Mohammad Ghalghalsi presenta da Aga Jan per chiedere la mano di Seddiq, la figlia dell’imam Alsaberi. Non la conosce ma ne ha sentito parlare dalla sorella. Si presenta esibendo una lettera di poche righe vergate a mano da Almaki, l’ayatollah di Qom, il Vaticano degli Sciiti, dove il giovane ha studiato da imam. Ora cerca una moschea, dove svolgere la sua professione.  In realtà è chiaro che quando si muovono questi personaggi “c’è sempre di mezzo la politica” e la cattedra della moschea di Senjan è un buon punto d’inizio. Così sarà: la morte del suocero gli apre la strada. Comincia a predicare in sordina, poi pian piano si schiera contro lo scià e l’America. In occasione dell’inaugurazione di un cinema in città pronuncia parole di fuoco proprio nella moschea e da lì parte una manifestazione pericolosissima frenata dall’intervento delle forze dell’ordine e dallo stesso Aga Jan. Quest’ultimo riesce a calmare gli animi e a mettere in fuga il giovane imam che si nasconde nella cittadella teologica di Qom. Non ci pensa due volte ad abbandonare la moglie e il figlio handicappato, costretto a camminare a gattoni e per questo soprannominato Lucertola, pur di perseguire il suo ideale politico-religioso. Lo troveremo più avanti quale braccio destro di Khomeini responsabile dei tribunali di Allah, seminatore di morte. Dopo la morte di Khomeini espatria in Afghanistan come teorico dei talebani.

L’imam Alsabieri è un uomo indeciso, debole, buono, ligio nella predicazione del Corano, lontano da ideologie politiche e per questo si sente incapace. Aga Jan lo rassicura:

«Verranno sempre più fedeli quando si accorgeranno che la nostra moschea non fa politica. Le persone che frequentano la nostra moschea sono gente semplice. La moschea è la loro casa, vengono qui da una vita, non la lasceranno tanto facilmente. Ti conoscono troppo bene e hanno troppo rispetto per te».

Zenyat Khanonè la moglie di Alsabieri. Dopo la morte del primo figlio per un incidente vive quasi di nascosto, con un marito che non la considera. Poi conosce l’amore con Jhaneshin, il sostituto di Ghalghal, imam di una moschea di montagna, che pur di occupare la cattedra ambita di una moschea di città lascia moglie e figli. Singolare, per noi occidentali, le modalità di questo rapporto.

«Luiprese il Corano e cercò il testo che un uomo legge quando vuole dormire con una donna che non è la sua legittima sposa. Se lui leggeva quel testo e  Zenyat rispondeva “gabel-e to” (sono d’accordo), per la dottrina del libro lui poteva spogliarla subito».

Jhaneshin lesse piano la formula. Zenyat chiuse gli occhi. L’imam la lesse per tre volte, poi finalmente lei acconsentì. Scoperti in fallo, l’imam è cacciato e per la donna si apre una nuova strada come attivista della rivoluzione teocratica. Sorella Zenyat ha potere di morte sulle donne non allineate, ma al termine del periodo khomeinista viene trovata morta nel deserto. 

Anche Ahmad, figlio di Zenyat si trova nella stessa situazione con la giovane domestica Zara e il loro rapporto alla luce della sharia è cristallino. Il personaggio è controverso. Al termine degli studi teologici il giovane occupa il posto che era di suo padre nella moschea di Senjan. Imperversa la rivoluzione e i guardiani della sharia lo arrestano per il sospetto di aver collaborato con i servizi segreti dello scià, per aver avuto rapporti con donne senza velo e “non certo di buona famiglia”, infine anche come schiavo dell’oppio. Paga con la prigione. La moschea, essendo la più importante della città viene “espropriata” e arriva un imam jom’e (il venerdì si tiene la preghiera).

Golbanue Golabe sono le nonne “leggendarie”. Arrivate giovanissime nella casa, lì avevano servito tutti per una vita e serbavano nel cuore il desiderio di recarsi alla Mecca. Attendevano un principe che le portasse e così fu. Come nelle migliori favole orientali una carrozza le trasporta alla stazione, dopo un lungo viaggio, si perdono deliberatamente nei luoghi sacri di Maometto. Tornano solo le valigie piene di regali per gli abitanti della casa.

Nosratfratello di Aga Jan, vive a Theran, la sua vita è piuttosto libertina. Originale e altruista come quando regala la radiolina a Muezzin. Per un mussulmano la radiolina è uno strumento impuro ma lui sa come promuoverla.

«“Hai un momento Muezzin?” “Entra ho sempre un momento per te”. Volevo farti vedere, farti sentire una cosa”. Tirò fuori di tasca una radiolina e infilò la spina nella presa. Si accese la luce verde. Nosrat girò la manopola alla ricerca di una stazione musicale. Di colpo la stanza si riempì di musica. Nosrat chiuse la porta e disse sottovoce: “Ascolta bene”. Muezzin ascoltò attentamente, si vedeva che tendeva le orecchie per cogliere i suoni. Quando la musica finì, trasse un profondo respiro e disse: “Che cos’era?” Una sinfonia! Anche quella che ascoltavi stamattina tra i mandorli era una sinfonia, una sinfonia creata dagli uccelli. Mentre quella che hai appena sentito è una sinfonia creata dagli uomini. Potrai ascoltare musica giorno e notte e anche il giornale radio e altre persone».
Con l’avvento della shaira diviene il fotografo ufficiale del governo, fino a creare un film sulla vita di Kohmeini e la bella e giovane moglie Batul che gli procurerà un mare di guai.

Kazem khanlo zio di Aga Jan. Poeta e grande amatore di donne. Quando arriva a casa, è una festa ed elargisce poesie per tutti:

«Un sordo pensò:
Posso dormire ancora un po’
Fino all’arrivo della carovana,
la carovana arrivò,
passò come una nuvola, ma lui non se ne accorse».

E per rendere più chiara la poesia aggiunge una spiegazione: il sordo è il simbolo dell’uomo che non dà valore al tempo e la carovana è il simbolo del tempo che passa in fretta.

L’Iran affronta una decennale guerra con l’Iraq e nel frattempo apre una dura battaglia con gli oppositori interni del regime: i mujaheddin del popolo e i comunisti. Esiste un Villaggio Rosso nelle montagne, dove la gente mette tutto in comune. Una notte l’esercito con carri armati e aerei lo rade al suolo. In quel villaggio c’è Javad, il figlio di Aga Jan. È imprigionato, sottoposto al tribunale di Allah e ucciso. Il suo corpo non può essere sepolto in nessun cimitero e quella notte il padre girò paesi e villaggi nella speranza di trovargli un adeguato riposo eterno.

Dopo la morte di Khomeini, terminata la guerra con l’Iraq, sopita la violenza interna, finalmente Aga Jan e Faqri Sadat decidono di recarsi al paese della consorte, dove vengono raggiunti da Hushang Khan, l’uomo che aveva preso il corpo del figlio e sotterrato nella sua terra. Egli vive in un castello racchiuso tra le montagne, con quattro mogli e venti figli. Lavora la terra e vive di questo. La tomba di Javad è coperta di fiori. Ma non è l’unica nota positiva: ecco Ahmad, un uomo che era distrutto, annullato, ora completamente rinato.

Il libro è iniziato con Shahbal, il figlio di Muezzin, il nipote preferito di Aga Jan, che rammentava l’episodio delle formiche. Lo stesso che, contravvenendo a tutte le regole, introduce nella biblioteca della casa un televisore dando la possibilità all’imam Alsabieri e ad Aga Jan di vedere lo sbarco sulla luna compiuto dagli americani proprio quel giorno del 1969.  Al termine del racconto è lo stesso giovanotto ormai uomo, militante del partito comunista, che impugna la pistola e uccide l’imam Araki colpevole della rappresaglia del Villaggio Rosso e, tempo dopo, scova Ghalghal a Kabul e lo uccide.

Nell’ultimo capitolo Shahbal, si svela e mette le vesti dell’autore Kader Abdolah che dal suo esilio in Europa scrive all’amato zio:

«Mio carissimo zio, continuo a scrivere. In questi anni non ho fatto altro che dare forma ai miei racconti. L’ho fatto per voi e per il nostro paese. Scrivo in un’altra lingua, adesso, e non so se esserne contento o se devo scusarmi con voi. Ma le cose sono andate così, non ho avuto il potere di farle andare diversamente. Ed è stata la mia salvezza: è stato l’unico modo per dare voce al vostro dolore e al dolore della nostra terra. Scrivo in un’altra lingua, adesso, ma cerco sempre di trasmettere attraverso i miei racconti lo spirito poetico della nostra bella e antica lingua. Perdonatemi».

Nella quarta di copertina l’autore è più chiaro nelle sue intenzioni:
«Ho scritto questo libro per l’Europa. Ho scostato il velo per mostrare l’islam come modo di vivere..un islam moderato, domestico, non quello radicale». 

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