Don Giampiero Alberti, profondo conoscitore della realtà musulmana: «Paure, incomprensioni e diffidenze reciproche si superano solo gettando “ponti”, come fanno, sempre più spesso, i parroci che hanno nel loro territorio Centri o gruppi islamici»

di Annamaria BRACCINI

alberti

«Dopo venticinque anni di lavoro, di approfondimento dei rapporti personali e di amicizia, di sviluppo delle relazioni, i risultati si vedono e sono confortanti. Le Comunità islamiche presenti non solo a Milano, ma nel territorio dell’intera Diocesi, e la Chiesa di Milano sono impegnate in un dialogo notevole». Don Giampiero Alberti, grande conoscitore delle diverse realtà musulmane e collaboratore della Sezione per i Rapporti con le Religioni Orientali del Servizio per l’Ecumenismo e il Dialogo, è soddisfatto per il presente e ottimista per il futuro, «anche se, naturalmente c’è ancora tanto da fare e non tutto è positivo», nota.

I risultati raggiunti sono frutto di un incremento del confronto interreligioso di vertice o di un più generale incontro di popolo, come auspica il cardinale Scola?
Noto che, sempre più spesso, i parroci che hanno nel loro territorio Centri o gruppi islamici creano “ponti” di collegamento attraverso le Caritas, i doposcuola o lo sport. Questo è di grande aiuto anche se, finora, mi pare che siano più i cattolici che vanno verso gli islamici, che non il contrario. Ma anche qui, forse, le cose stanno cambiando. Mi pare importante sottolineare che la nostra cura è di tipo diocesano, tendendo a coinvolgere tutte le realtà, senza mai escludere nessuno.

Si è detto spesso che Milano, attraverso l’attenzione ecumenica e la sensibilità per il confronto interreligioso promosse dagli ultimi Arcivescovi, sia un’“isola felice”. Potremmo esserlo di più?
Ripeto che bisogna impegnarsi ancora molto e che la via maestra deve essere quella dell’incontro, anche attraverso momenti conviviali, dialoghi aperti a 360° sulle grandi questioni e problemi che interessano ognuno: così si eliminano paure, incomprensioni e diffidenze reciproche. In questa logica mi piace ricordare quello che definisco il progetto di lavoro su un “Islam al femminile”, perché le donne dialogano più facilmente, per esempio, condividendo i problemi relativi ai figli. Così anche l’ambito giovanile va seguito con particolare cura e coltivato giorno dopo giorno, per realizzare un incontro, non solo di superficie, su valori comuni.

Dal suo punto di osservazione ha l’impressione che le Comunità islamiche – ovviamente quelle dialoganti e moderate – rifiutino con chiarezza i fondamentalismi e il proselitismo delle frange estreme?
Assolutamente sì. Ma io posso parlare unicamente dei Centri islamici con cui sono in contatto, non solo a Milano, ma anche nelle altre zone e paesi della Diocesi in cui esistono, pur se talvolta non ancora registrati ufficialmente.

Anche quest’anno l’Arcivescovo invia il suo messaggio per Id-al-Fitr a conclusione del Ramadan. Il meticciato di civiltà è ormai evidente tra le nostre strade. Questo richiamo a una presa d’atto della realtà può essere uno stimolo ulteriore?
Senza dubbio, tanto che, negli ultimi anni, molti parroci hanno iniziato a portare personalmente il messaggio nei Centri islamici. Penso, poi, al lavoro fatto sulle coppie miste, magari su coniugi che oggi hanno alle spalle dieci o vent’anni di matrimonio, sulla lezione di concretezza che offre un’iniziativa come il Consultorio Familiare Interetnico promosso presso il Cadr dal 1990.

Anche il fortunato Corso organizzato da lei e altri esperti per conoscere l’Islam, che ha registrato un grande successo tra sacerdoti e laici, è un buon segno…
Sì, tanto che lo ripeteremo l’anno prossimo per le Zone pastorali V e VII, con un ciclo di incontri presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso. Occorre conoscerci come chiede il Cardinale: in questo contesto la presenza a Milano della Fondazione Oasis può ampliare i nostri orizzonti, pur nel radicamento, che rimane fondamentale, nella realtà della nostra Diocesi.

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