Davanti all'espandersi frenetico della metropoli, Il futuro papa Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, si fece promotore di un grande progetto per costruire nuovi edifici religiosi come centri di fede e di aggregazione sociale. L'esempio in città di San Gabriele Arcangelo e di Mater Amabilis.

di Silvia GUZZETTI

Mater Amabilis

Le chiese del Piano Montini, costruite dentro i quartieri, tra un cortile e l’altro, sono ancora realtà ben vive a oltre 50 anni di distanza, testimonianza di una intuizione architettonica del futuro Paolo VI che ha resistito all’usura del tempo.

Alla vigilia dell’elezione di Giovanni Battista Montini al papato, nel 1963, la popolazione di Milano si era quasi triplicata, passando dal mezzo milione del 1911 al milione e mezzo del 1959. Anche il numero di parrocchie era cresciuto in modo esponenziale in città, da 46 a 130.

Quando il futuro Papa prese in mano la diocesi di Milano, nel 1954, capì che la costruzione di nuove chiese, già cominciata sotto il suo predecessore, cardinale Ildefonso Schuster, era la risposta indispensabile alla fede di centinaia di migliaia di fedeli, nati durante il baby boom post seconda guerra mondiale o arrivati sui treni dal sud.

Fu deciso allora che le parrocchie dovessero accogliere ciascuna circa diecimila parrocchiani e comprendere le camere per il sacerdote e spazi per le attività di giovani e adulti. L’inserimento dentro condomini o palazzi avrebbe sottolineato il loro ruolo, proprio all’interno delle comunità che dovevano servire.

Chi oggi va a visitare la chiesa di Mater Amabilis, in via Previati a Milano (fermata di Amendola Fiera della linea rossa della metropolitana), trova un portone nascosto tra le belle case. Entrando ci si sente in un qualunque palazzo del centro. La scala, lungo la quale corrono gli affreschi del sogno di Giacobbe, con i gradini che si arrampicano verso il paradiso, porta a uno spazio tutto aperto senza colonne e senza cappelle laterali, al fondo del quale si trova l’altare.

Del tutto diversa è la chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei, in via delle Termopili, a pochi passi dalla Stazione Centrale, identico il sogno di inserire il vangelo tra le quattro mura di una casa qualunque. I due edifici vennero costruiti nel 1956, prodotto di un enorme movimento di rinnovamento religioso, sociale e architettonico.

Montini, diventato arcivescovo, lanciò un appello al mondo dell’industria, a parrocchie, associazioni cattoliche e fedeli spiegando che la costruzione delle nuove chiese era diventata una questione di “salute pubblica”. «L’artista cristiano può essere davvero un moderno», scrisse il futuro papa Paolo VI in articoli conservati nell’archivio dell’Istituto Paolo VI a Brescia: «L’arte cristiana dovrebbe essere soprattutto cristiana nello spirito. La maniera in cui si esprime può essere varia».

Anche l’architetto Giò Ponti, usando lo pseudonimo “Archias”, incoraggiava i cristiani laici a rispondere alla sfida di ricostruire le città distrutte durante la seconda guerra mondiale: «I cristiani non dovrebbero tollerare la costruzione di chiese che non hanno alcun valore artistico», scriveva.

Le chiese di Mater Amabilis e San Gabriele Arcangelo sono la risposta a questa esigenza del dopoguerra di bellezza e di fede. «La nostra chiesa viene davvero sentita, dalla gente del quartiere, come una casa dentro le case», spiega don Renato Fantoni, il parroco della chiesa di Mater Amabilis: «Lo spazio privo di colonne e di cappelle laterali ti dà l’impressione di essere stato invitato con affetto a sederti attorno a un tavolo insieme al resto della famiglia. Appena il fedele entra, i suoi occhi vengono attirati dal crocefisso e dalla statua della Madonna, che dà il nome alla chiesa. La concentrazione è più facile perchè il sacerdote può facilmente vedere i fedeli e viceversa».

In via delle Termopili il parroco, don Davide Caldirola, apre una porta che dà su un cortile che arriva direttamente alla portineria di un condominio. «L’idea di chiese più piccole dove la gente sentisse di poter appartenere è stata ottima», dice. Adriana Petruccelli, 76 anni, è una dei pochi parrocchiani che ricorda la costruzione della nuova chiesa sullo spazio lasciato vuoto da un vecchio magazzino. «Era veramente importante, per noi abitanti di questo quartiere, avere la nostra chiesa. Prima che venisse costruita frequentavo la parrocchia di Santa Maria Beltrade ma era lontana da qui ed era molto scomodo arrivarci», spiega.

Don Caldirola racconta che la nuova parrocchia è stata formata ritagliando il terreno da altre parrocchie, per accogliere la popolazione cattolica in rapida ascesa. Oggi sta capitando l’opposto e, dal 2007, la parrocchia di San Gabriele è stata unita a quella di Santa Maria Beltrade dando vita, così, a una nuova comunità pastorale. La stessa cosa è capitata alla chiesa di Mater Amabilis che è oggi accorpata con quella di Sant’Anna Matrona.

Monsignor Giuseppe Arosio, oggi ottantenne, fu all’epoca coinvolto nel Piano Montini, diventando poi responsabile del settore “Nuove chiese” dell’arcidiocesi di Milano tra il 1985 e il 2005, ed è stato anche parroco di una cappella dentro un condominio in via Guerrazzi a Monza. «Il sogno di Montini era di costruire una chiesa per ogni comunità – spiega -. Per questo motivo tra il 1955 e il 1963 chiese vennero costruite in magazzini, dentro condomini e in prefabbricati».

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