Lo psicopedagogista Ezio Aceti traccia il profilo delle vittime del gioco e il compito della comunità ecclesiale su questo fronte

di Luisa BOVE

Ezio Aceti

La pesante crisi economica di questi ultimi anni sta mettendo in ginocchio tantissime famiglie. E c’è chi tenta la fortuna con le slot machines, perdendo spesso anche quel poco che ha. «Di fronte a momenti difficili come questo, non essere abituati a sacrificarsi e a mettersi insieme per risolvere i problemi porta a certe scelte», dice lo psicopedagogista Ezio Aceti. Sono due le tipologie di persone che oggi si dedicano al gioco d’azzardo: «Per la stragrande maggioranza si tratta di soggetti dipendenti, con problematiche particolari e molto fragili emotivamente, ma ce ne sono altre che, imbrogliate da una cultura edonista, quella del tutto e subito, rinunciano a mettersi insieme e sacrificarsi per poter raggiungere una minima sufficienza economica. E così tentano la fortuna. Alla fine l’uomo perde se stesso, la sua vera identità. Se fossimo abituati a metterci insieme e ad avere una cultura dell’uomo positiva, potremmo solidarizzare meglio».

Il gioco d’azzardo sta diventando una nuova piaga della società che crea dipendenza e sfascia le famiglie…
Certo, le nuove dipendenze hanno una caduta sugli affetti. Ma c’è anche la contraddittorietà palese dello Stato che guadagna molti soldi e poi fa pubblicità del Lotto dicendo: “Gioca poco, mi raccomando, gioca il giusto!”. Io mi meraviglio molto. Ogni volta che si fa una pubblicità così o che si gioca al Lotto, si cede alla cultura dell’esoterismo, della “dea bendata”, della fortuna, di cui il gioco d’azzardo è figlio. È una cultura che avanza nelle televisioni private, con il gioco del poker proposto in tv in modo spudorato, il Lotto…

Che cosa possono fare oggi le comunità cristiane?
Le comunità cristiane hanno tre doveri. Il primo, di denunciare a tutti questo fenomeno. Ricordo Hélder Câmara che diceva: «Molte volte la protesta e la denuncia sono amore puro». Secondo, la proposta di una vita molto più sobria e una cultura che si fida più dell’uomo e non dell’esterno. Terzo dovere fondamentale, la solidarietà. Creare nelle parrocchie, famiglie e comunità che si mettano insieme, con una solidarietà che nasce dalla piazza, dal basso. Noi abbiamo dimenticato questi valori. C’è un libro molto bello di Luciano Manicardi, vice Priore della Comunità di Bose, Quando i giorni sono cattivi. Lettura biblico-sapienziale della crisi, in cui l’autore dice che durante la crisi i cristiani devono saper cogliere la novità, perché una crisi, anche se drammatica, contiene germi di novità, come il parto di una donna. La novità è che questa crisi ci porta all’essenziale, come se noi andassimo nel deserto. Quando si va nel deserto si perdono le sciocchezze e si torna all’essenziale: i legami, i rapporti, gli intrecci, le famiglie che si mettono insieme.. È questa cultura della solidarietà che deve riprendere la Chiesa.

E come educare anche i giovani?
Il vero problema dei giovani è che sono poco autonomi. Oggi la maggior parte dei ragazzi ha più intelligenza di quella che avevamo noi allora: i maschi hanno 17 anni di testa, ma 10 emotivamente, per le femmine lo scarto è meno. Si sentono impotenti e condizionati. Bisogna abituarli all’autonomia e crescerli nelle scelte fin da piccoli, così quando diventano grandi sanno trovare soluzioni anche in realtà difficili. Non sono ancora capaci di rinunciare a sé per un bene più grande.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi