Giovanni il Battista è colui che ha dato testimonianza a Gesù e in quanto tale è stato illuminato dalla verità che annunciava

di Luigi NASON

Predicazione del Battista, Alessandro Allori (1601)

Al centro è ancora la figura e la missione di Giovanni Battista, il Precursore di Gesù, colui che ne annuncia la venuta. «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore» (Vangelo): è la predicazione del Battista a richiamarci con forza alla conversione e alla vigilanza. Giovanni è la “voce”, annuncia la “Parola” che è Cristo, ne è il primo e più grande testimone e si pone al servizio di questa Parola: «Giovanni rispose: “Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo”» (Vangelo). Vero centro è quindi ancora Gesù, del quale Giovanni è solo il Precursore: «Giovanni è la voce che passa, Cristo è il Verbo eterno che era in principio» (S. Agostino, Discorsi).

Alla luce dell’Avvento, il Battista è colui che ha dato testimonianza a Gesù e, come «lampada che arde e risplende» (Vangelo terza domenica), è stato illuminato dalla verità che annunciava. La parola e le opere di Gesù trovano infatti conferma nella testimonianza stessa del Padre, che Giovanni per primo ha accolto. Alla scuola della Parola siamo chiamati a seguire l’esempio del Precursore riconoscendo in Gesù il «garante di un’alleanza migliore» che «può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Epistola).

È necessario però affrettare il cammino, perché «la nostra redenzione è vicina, l’antica speranza è compiuta; appare la liberazione promessa e spunta la luce e la gioia dei santi» (prefazio). La lettura del profeta Isaia infatti è annuncio della venuta del Signore, accompagnata dal dono dello Spirito di Dio, principio di pace e giustizia. Preparare la via del Signore significa quindi disporre il cuore e la vita all’accoglienza del Verbo di Dio, che sorgerà come un virgulto dalla discendenza di Davide e porterà una nuova giustizia.

Il forte richiamo del Battista alla vigilanza infonde in noi anche una nuova certezza nell’iniziativa preveniente di Dio: «Colui che viene dopo di me, ed era prima di me» (Vangelo). Sia dunque questa la preghiera per la nostra attesa: «il Salvatore sta per venire nello splendore della sua gloria: teniamoci pronti ad accogliere il regno di Dio» (antifona «allo spezzare del pane»); «ho sperato nel Signore, egli mi ha ascoltato; ecco: la nostra salvezza è vicina. Ha dato ascolto al mio grido, ha reso sicuri i miei passi» (antifona “alla comunione”).

Un’alleanza di pace per tutte le genti

La Liturgia propone fino a giovedì la proclamazione del profeta Ezechiele, del profeta Osea e del Vangelo secondo Matteo; venerdì celebra la Commemorazione dell’annuncio a San Giuseppe e da sabato le ferie prenatalizie dell’Accolto (De Exceptato), le «ferie del Verbo di Dio, accolto nel grembo verginale di Maria» (M. Magistretti).

Nell’annuncio di Ezechiele (cc.36-39) alla storia d’Israele sempre devastata dal peccato – «Vi ricorderete della vostra cattiva condotta e delle vostre azioni che non erano buone e proverete disgusto di voi stessi per le vostre iniquità e i vostri abomini» (36,31 – lunedì) – si contrappone l’azione del Signore che rinnova una «alleanza di pace», una «alleanza eterna», caratterizzata dalla presenza di Dio in mezzo al suo popolo: «In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (37,27). Da ciò tutte le nazioni «sapranno che io sono il Signore che santifico Israele, quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre» (37,28).

L’espressione «alleanza di pace», mai usata prima di Ezechiele, costituisce una novità significativa, presente anche nell’anonimo profeta dell’esilio che rilegge gli annunci profetici di Isaia (cf Is 54,10). Se l’alleanza presuppone l’elezione d’Israele e quindi la sua particolarità di fronte alle genti, la pace, secondo il linguaggio biblico, deriva dall’azione creatrice di Dio e ha una dimensione di universalità, è per tutte le genti. L’alleanza di pace è definita un’alleanza eterna, espressione preferita da Ezechiele a «alleanza nuova», che troviamo in Geremia.

Le visioni scandiscono le tappe dell’esperienza di Ezechiele: la sua vocazione (cc. 1-3), il giudizio su Gerusalemme e l’allontanamento della gloria del Signore dal tempio (cc. 8-11), le ossa inaridite che si rianimano (c.37) e il ritorno della gloria del Signore nel tempio nuovo (cc. 40-48).

«La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa…» (37,1 – martedì). Il disegno del Signore sulle ossa inaridite è chiaro e il profeta è chiamato ad annunciarne la realizzazione descrivendo il ricomporsi delle ossa in scheletri e la trasformazione degli scheletri in corpi con nervi, carne e pelle, ma senza vita: «Ossa inaridite, udite la parola del Signore… Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete… Saprete che io sono il Signore”» (37,4-6).

L’azione dello spirito suscita una moltitudine di viventi che si alzano in piedi. L’immagine evoca una forza potente: «… lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato» (37,10). La dimensione creativa della visione di Ezechiele sarà ripresa secoli dopo nel racconto sapienziale di Gen 2: «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).

Con questa metafora, come afferma Alonso Schökel, «Ezechiele ha creato un simbolo che va oltre l’intenzione immediata del suo autore», un simbolo aperto ad annunciare la vittoria sulla morte, la risurrezione.

L’ultimo testo di Ezechiele proclamato (39,21-29 – giovedì) conclude il racconto di Gôg del paese di Māgôg (cc. 38-39). La disfatta di Gôg, piombato su Israele con gli alleati, è un esito sorprendente che farà riconoscere a Israele la mano del Signore in tutto ciò che è avvenuto e così il Signore manifesterà alle nazioni la sua gloria. «Allora non nasconderò più loro il mio volto, perché diffonderò il mio spirito sulla casa d’Israele» (39,29): le parole del Signore annunciano un futuro in cui, dopo il buio dell’esilio, tutte le sue promesse troveranno pieno compimento.

Sabato inizia la lettura dei libri di Rut e di Ester che, secondo le Premesse al Lezionario ambrosiano (n.107), sviluppano una catechesi in cui, unitamente al tema della discendenza davidica, sono presentate figure di significato mariano ed ecclesiologico. Il credente deve infatti prepararsi al Natale alla scuola della Parola, in cui la vicenda benedetta dell’Israele di Dio diventa immagine e “profezia” della storia e del cammino di ogni uomo in attesa dell’incontro con Dio che salva. Un cammino non facile ma aperto, nella sorprendente iniziativa di Dio, ad un nuovo orizzonte di salvezza. Sia la liturgia a suscitare la preghiera: «Praticate il diritto e la giustizia – dice il Signore – perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi».

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