Italiani e stranieri accomunati dal desiderio di venire orientati e di essere accolti in una comunità

di Paolo SARTOR
Responsabile del Servizio diocesano per il Catecumenato e del settore Catecumenato della Cei

Monsignor Paolo Sartor

Per quale ragione vari giovani e adulti passano ogni anno dall’oscurità della tenebra al calore del sole? Perché alcuni si fanno cristiani, liberamente, in una società che sembra lontana dal Vangelo? Una prima risposta viene dalle vicende personali dei catecumeni.

La casistica è ampia: italiani e stranieri, uomini e donne, giovani e adulti, di ceto elevato o in situazione precaria, coniugati e single, sani e malati… Eppure le loro confidenze rivelano alcune costanti: il desiderio di venire orientati, la gratitudine verso esperienze di perdono e sostegno concreto, la scoperta di un volto inatteso di Dio, la ritrovata capacità di guardare alla vita con speranza. Tanti segnali apparentemente minuti, dietro i quali è però in gioco la presenza di quello che Benedetto XVI chiamerebbe «l’Amico»: quando si è potuto riconoscere il Signore come Amico, non lo si vuole più lasciare. Non a caso, in occasione del suo ingresso solenne in Diocesi, il cardinale Scola spiegava ai catecumeni il tesoro del campo (Mt 13,44-46) dicendo che «il Regno è un dono, una grazia: il tesoro e la perla sono, infatti, nascosti. Trovarli non dipende da noi»; e citando un intervento del Santo Padre, aggiungeva: «A ben vedere siete stati voi ad essere trovati dall’amore di Gesù».

Il primo motivo della conversione di non pochi giovani e adulti è dunque l’azione di Dio. Perciò qualunque forma assunta oggi dal cammino catecumenale non potrà offuscarne la dimensione “verticale”: il legame con la grazia di Cristo. Al contrario: la preghiera per quanti faticano a credere e la richiesta fiduciosa al Signore di nuove vocazioni alla fede sono vero alimento della nuova evangelizzazione.

L’azione di Dio, dunque. Ma tradotta in coordinate concrete da un Signore che vuole incontrare persone fatte di carne e sangue, limiti e potenzialità. Affermava ancora il cardinale Scola lo scorso 25 settembre: «Il Regno è in atto nella persona di Gesù Cristo […]. È con questo Cristo vivo che voi siete entrati in rapporto. Vivo perché presente nella comunità cristiana; vivo perché vi è venuto incontro attraverso uomini segnati dal rapporto con Lui. Nell’esperienza della vita comunitaria delle parrocchie e delle aggregazioni dei fedeli, Egli vi accompagna amorevolmente nel quotidiano».

Ecco dunque la seconda ragione di tanti: aver incontrato uomini e donne che vivono ogni giorno la fraternità cristiana. È noto come le scienze umane segnalino una diffusa «voglia di comunità» (per citare un fortunato volume di Bauman): i catecumeni intraprendono un percorso impegnativo perché colgono l’importanza di giocarsi in un rapporto e si sentono sostenuti da una nuova famiglia. Per questa ragione ogni riferimento al Vescovo e agli organismi diocesani non oscurerà la vitale collocazione in una concreta comunità; e mai la qualificazione di catechisti e accompagnatori dei catecumeni potrà tradursi in una delega a persone tecnicamente efficaci. Un passo in meno, ma con una persona in più. Un rigo in meno, ma con più viva percezione dell’abbraccio reciproco dei figli di Dio.

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