Tra il 18 e il 20 novembre alcune iniziative celebrano il decennale dell’associazione milanese che fa anello di collegamento tra i detenuti e i loro familiari, svolgendo diversi importanti servizi anche nell’ottica dell’accompagnamento e del reinserimento

di Claudio URBANO

I familiari dei detenuti li riconoscono perché sono sorridenti e pazienti. Da dieci anni ormai i volontari dell’associazione “Il Girasole” si preoccupano di fare da tramite tra il mondo del carcere e l’esterno, tra i detenuti e i loro familiari. Il primo approccio è nella sala colloqui di San Vittore, dove le persone arrivano per parlare con i rispettivi parenti, di cui magari hanno scoperto da poco l’arresto.

L’accoglienza avviene allo “Sportello San Vittore”, una postazione presso la sala d’attesa del carcere dove i volontari forniscono tutte le mattine le prime indicazioni ai familiari o conoscenti di detenuti. L’aiuto alle famiglie dei detenuti prosegue all’esterno.

Una volta alla settimana i parenti possono passare allo “Sportello Girasole”, a pochi metri dall’ingresso del carcere, in via degli Olivetani. Qui ricevono un pacco alimenti, «perché molto spesso le famiglie quando un congiunto è in carcere, si trovano improvvisamente anche senza una fonte di reddito», chiarisce Francesca Papini, educatrice presso l’associazione. «È una risposta concreta ai bisogni che abbiamo conosciuto, un’intuizione nata dalla vicinanza – quasi fisica – al carcere – spiega la giornalista della Diocesi Luisa Bove, fondatrice e presidente dell’associazione nonché parrocchiana di San Vittore al Corpo, a pochi passi dalla casa circondariale -. Mi è sempre sembrato naturale che come parrocchia e come comunità cristiana ci facessimo carico di queste situazioni».

Il servizio non si ferma alle famiglie dei detenuti. Fin dai primi anni “Il Girasole” si è dotato di un appartamento, dove accogliere detenuti in permesso premio e incontrare i familiari all’esterno del carcere. «Noi li accompagniamo in punta di piedi – confida Papini -, perché questi sono i primi momenti in cui il detenuto può ritrovare una propria sfera di intimità». Gli appartamenti, tre attualmente, sono utilizzati anche da chi sconta l’ultimo periodo di pena attraverso un’esecuzione esterna al carcere. Ogni caso è valutato dai magistrati a partire da una relazione scritta dagli operatori degli istituti penitenziari.

Una volta “fuori” i detenuti sono seguiti secondo progetti specifici dagli educatori dell’associazione. Regole che li aiutano a reinserirsi nel mondo esterno: dal rispetto degli orari alla gestione dell’appartamento, alla capacità di gestire la convivenza con gli altri ospiti. Nell’accompagnamento socio-educativo rientra anche il tentativo di riallacciare il rapporto affettivo con la propria famiglia, un percorso di ricostruzione del proprio vissuto. I 10 anni di attività saranno raccontati nel convegno di venerdì 18 novembre a Milano, dove verrà presentato anche il primo Bilancio sociale di sostenibilità dell’associazione (vedi box e allegati).

 

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