Il rapporto tra il cardinale Giovanni Colombo e don Carlo Gnocchi, che condivisero gli anni di studio in Seminario

di Ennio APECITI
da “Seminatore di Speranza: Don Gnocchi, i suoi papi, i suoi arcivescovi” (Ancora, 2002)

Giovanni Colombo

Giovanni Colombo si trovò certo in una singolare condizione, essendo stato compagno di studi in Seminario e vicino a don Carlo Gnocchi per ordinazione (26 maggio 1926). Seguì certo il compagno e ne apprezzò le doti, se teniamo conto che insieme si ritrovarono a meditare sulle indicazioni date dal cardinale Schuster ai direttori spirituali. Vicini furono anche al termine della guerra e non a caso don Giovanni Colombo, con il consenso di monsignor Francesco Petazzi, invitò don Carlo in Seminario a parlare ai seminaristi della sua esperienza come cappellano militare e suscitatore di carità, così da farne oggetto di meditazione per il loro cammino sacerdotale.

Divenuto Arcivescovo presiedette più volte ai momenti solenni di commemorazione del compagno e di inaugurazione delle opere di carità che sembravano – e sono – frutto rigoglioso del ministero sacerdotale di don Carlo, ben oltre la sua morte.

Tra tutti questi momenti è bello ricordare la solenne commemorazione che il cardinale Giovanni Colombo fece del compagno il 28 febbraio 1966 nel Duomo gremito, davanti a uno «schieramento di carrozzelle», che faceva «impallidire l’anima», circondato da «mazzi di fiori retti da tripodi di grucce»: «Ci sono vite umane – ebbe a dire il cardinale Colombo – in cui il disegno che le costituisce nel loro intimo appare, all’ultimo, in modo evidente e luminoso; sono vite particolarmente guidate da Chi, nel rispetto assoluto della libertà, sa condurre lo spirito umano verso mete prefissate, e alle quali ha voluto affidare un messaggio provvidenziale per la moltitudine. Io non temo di affermare che la vita di don Carlo Gnocchi fu una di queste vite particolarmente guidate, e, osando decifrare il messaggio che essa ci ha recato, io dico che il nostro dolce amico è stato mandato per annunziare al nostro mondo, spesso così orgoglioso e duro, la poesia, la teologia, e la pedagogia del dolore innocente; io sento che tutti gli avvenimenti della sua vita sono stati preordinati a questo».

Il cardinale Colombo – lo si noterà – era calibrato nelle sue espressioni. Ricordava anche lui i lontani anni del Seminario e l’incontro con il compagno “poeta”: «Negli anni del liceo a Monza, si distingueva nella scuola e fuori, assai più nella poesia, nelle letterature e nell’arte, che non nella cultura scientifica. Suonava il piano meglio di ogni altro nella nostra classe e, talora, offriva concerti alla camerata, componeva mottetti che eseguivamo in cappella e inni goliardici che cantavamo a squarciagola nei giorni di passeggio. Amava il teatro, componeva bozzetti, recitava anche… Gustava l’arte. Già lasciava intuire, a chi allora avesse potuto capirlo, che qualunque cosa avesse fatto nella vita, egli l’avrebbe inquadrata in una cornice di bellezza e di poesia; che, a qualunque azione egli fosse per essere chiamato, egli non si sarebbe rivolto ai libri ma alle anime, agli uomini vivi e palpitanti. Egli sentiva che a lui doveva bastare il Vangelo nello sforzo di capirlo fino in fondo, di viverlo e di predicarlo con sincerità sine glossa».

Forse il cardinale Colombo nella sua prudenza aveva solo voluto far intuire il parallelo da lui creato tra il suo antico compagno di studi e San Francesco, e tutti i santi che si distinguono dalla normalità dei credenti, soprattutto perché credono che il Vangelo si può vivere sine glossa. E lo mettono in pratica così.

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