DECALOGO 4:

Regia: Krzysztof Kieslowski

Interpreti: Adrianna Biedrzynska, Janusz Gajos

Durata: 60′

Supporto: 35 mm; Dvd; Vhs
Onora il padre e la madre – Anka è un’affascinante, gioiosa ventenne molto, troppo, legata al padre, Michal. Lui tenta di controllare la situazione. Anka rintraccia la lettera misteriosa in cui la madre defunta le rivela un segreto: Michal non è il suo vero padre. È un tentativo di dissolvere le resistenze dell’uomo all’attrazione reciproca. La ragazza non ha mai aperto la lettera e nemmeno l’aprirà. Michal e Anka la bruciano di comune accordo.

DECALOGO 9:

Regia: Krzysztof Kieslowski

Interpreti: Ewa Blaszczyk, Piotr Machalica

Durata: 60′

Supporto: 35 mm; Dvd; Vhs
Non desiderare la donna d’altri – Roman, chirurgo, informa la consorte Hanka del verdetto dello specialista: lui è impotente, lei ha il diritto di cercarsi un altro uomo se non lo ha già. La donna gli conferma amore e fedeltà. Di fatto ha una relazione con Mariusz, studente universitario di fisica. La gelosia trasforma il medico in detective e scopre il tradimento; vittima di una serie di equivoci l’uomo tenta il suicidio mentre la moglie ha già troncato ogni rapporto col giovane.

 

Krzysztof Kieslowski [K.] era un illustre sconosciuto fuori dai confini polacchi fino al 1988 quando il Premio della Giuria del festival di Cannes coronò Breve film suIl’ uccidere (girato nel 1987, durata 85′). Nel 1989 il Breve film sull’amore (1988, durata 57′), diffuso sotto l’insipiente titolo Non desiderare la donna d’altri, suscitò l’inatteso interesse delle nostre platee. Il Decalogo è l’evento culturale della stagione cinematografica: un modo di fare cinema nuovo e puro, un respiro morale di sorprendente attualità. Quest’opera insolita – dieci filni della durata media di un’ora – è lo sbocco provvisorio) di una ricerca lunga e accidentata. Nato a Varsavia il 27 giugno 1941, K. firma il suo primo saggio di regia alla Scuola Superiore di Cinema di Lodz (Tram^ay) nel 1966. Poi vengono una trentina di documentari: i suoi preferiti sono La fotografia (1968), Dalla città di Lodz (1969), Curriculum vitae (1975), L’ospedale (1976), Dal punto di vista del guardiano notturno (1977).
Il documentario è un’esperienza importante che non interrompe del tutto; l’ultimo l’ha realizzato nel 1988: «Secondo me il documentario è una forma d’arte superiore al film di finzione. Penso che la vita sia più intelligente di me, crea situazioni più interessanti di quelle che sono capace di inventare da solo». Verso la metà degli anni Settanta sente tuttavia il bisogno di passare al film a soggetto: i materiali di verità offerti dal documentario vengono salvati e valorizzati nell’azione e in una storia. K. si afferma presto, accanto, ad esempio, ad Agnieska Holland, tra i volti nuovi del «cinema dell’inquietudine morale»; così venne definita dalla critica polacca una serie di opere ambientate nella Polonia degli anni Settanta-Ottanta sul disagio delle giovani generazioni soffocate dall’ambiente sociale e in balia dell’amoralismo del potere. Questi cineasti, «figli del ’68», facevano capo a due gruppi di produzione: «X» diretto daAndrzej Wajda e «Tor» daAndrzej Zanussi.
La cicatrice (Blizna, 1976) è il suo primo lungometraggio prodotto appunto dalla Tor. E’ la storia di un industriale onesto che vuole fare il bene della gente impiantando una grande fabbrica di prodotti chimici; ma la popolazione si oppone, preferisce le sue attività tradizionali e si accontenta di condiziom di vita modeste. La cicatrice, cioè il dramma del protagonista, efficiente e idealista detentore del potere, nasce quando avverte che la felicità, di cui si ritiene l’artefice, non è quella desiderata dal popolo. Altri titoli sono: il cineamatore (Amator, 1979) – la crisi morale di un appassionato di cinema -; Il caso (Przypadek, 1981) – i capricci della casualità in tré varianti della vita di un giovane; Senza fine (Bez Konca, 1984), film duro e cupo in cui domina il fantasma di un avvocato, stroncato dall’infarto ali’inizio dello stato d’assedio imposto da Jaruzeiski, che ricompare e osserva l’avvilimento dei polacchi: «Eravamo tutti dei vinti e nessuno ne aveva coscienza». Avversato dal regime perché eversivo, il film di K., militante di Solidamosc venne bollato di filo-comunismo dall’opposizione e considerato blasfemo dai cattolici.
Seguono tré anni di inattività e poi riprende con Krzysztof Piesiewicz la collaborazione inaugurata in Senza fine e realizza – sempre con la casa di produzione di Zanussi – Breve film sull’uccidere (1987). È il via alla grande impresa del Decalogo. Alla domanda ricorrente nelle interviste: «Com’è nata l’idea del Decalogo?» il regista risponde sempre premettendo che non nasce da un bisogno religioso: ne lui ne il suo co-sceneggiatore, l’avvocato Krzysztof Piesiewicz, sono cattolici praticanti, «anche se questo non significa che non abbiamo niente a che fare con Dio». Appena terminato Breve film sull’uccidere – la cui versione televisiva abbreviata da 85 a 57′ corrisponderà al quinto episodio – Piesiewicz riuscì a persuadere l’amico a mettere in cantiere una serie di film ispirati ai dieci comandamenti. Una sua vecchia idea; gli era venuta nel lontano 1982 davanti a un dipinto gotico trecentesco su legno raffigurante il «Decalogo» conservato nel Museo Nazionale di Varsavia. Le riprese iniziano nel marzo 1987 e la lavorazione prosegue per venti mesi e più, secondo un piano frammentario: arrivano fino a girare tré episodi in contemporanea e nel frattempo girano per il grande schermo Breve film sull’amore che in edizione ridotta (di 49′) è il numero sei del Decalogo televisivo. Le scene dei due «brevi film» vengono girate due volte, nel presupposto che le esigenze spettacolari del cinema e della TV non coincidano: ma poi. in sede di montaggio, sequenze destinate alla versione televisiva finiscono nei film e viceversa. Tra i due film e i due episodi televisivi esistono quindi, oltre alla diversa durata, differenze nella struttura drammaturgica e visiva. In queste note prendiamo in esame l’edizione televisiva: il Decalogo presentato nel circuito cinematografico è per l’appunto costituito dai dieci film concepiti e realizzati per la TV. Comunque, se ha tuttora senso il dibattito su uno specifico televisivo contrapposto a quello cinematografico, questo kammerspielfilm è un saggio di una possibile perfetta equipollenza dei due linguaggi. Il regista e il suo collaboratore alla sceneggiatura partono da un’idea, se si vuole, discutibile ma precisa e decisiva per l’impostazione del lavoro: i comandamenti non sono affatto «le leggi fondamentali della religione cristiana», ma «dieci affermazioni ben concepite» in cui concordano tutti gli uomini «indipendentemente dal luogo, dalle tradizioni, dalla conoscenza o meno dei comandamenti». Il decalogo assume dunque un doppio profilo: è una «convenzione» universale sulla quale si modellano i rapporti morali, spirituali e psicologici tra le persone, e uno specchio in cui si riflette la verità ultima dell’uomo: «I comandamenti permettono di addentrarsi con una certa semplicità nell’intricata natura dell’animo umano. La vita è molto più complicata di quanto vogliono farci credere i preti: nessuno mette mai in discussione queste regole, però sono convinto – insiste K. – che a volte è necessario trasgredirle, e del resto questo accade tutti i giorni». Il loro Decalogo non vuole essere, e non è, una catechesi o una lezione morale: illustrazione del senso delle norme o dimostrazione della loro validità. I precetti sono un punto di partenza privilegiato per capire l’esistenza umana e descriverla. I dieci film non presentano «dieci leggi» ma «dieci storie». A scongiurare ogni equivoco in proposito avevano addirittura pensato a un titolo di questo genere «La storia della condizione umana ovvero sui dieci comandamenti».

Luigi Bini – Attualità Cinematografiche – Letture

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