«Nulla può incrinare la nostra unità di Chiesa - ha sottolineato l’Arcivescovo nell’incontro pubblico che ha concluso la sua visita nella V Zona pastorale -. Questo ci permette di essere aperti a tutti e di affrontare tutto»

di Annamaria BRACCINI

Scola_visita a Monza

Il Duomo di Monza splendido scrigno di arte e bellezza, la gente moltissima, il cardinale Scola che già dal mattino è nella V Zona pastorale, la V, proseguendo nel suo viaggio di conoscenza della diocesi. Ha già incontrato i preti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, e ora è la volta, con la celebrazione eucaristica, del primo incontro di popolo.

«Un’accoglienza bella e piena di calore in questa città storica, al cuore dell’Europa», dice subito, all’inizio dell’omelia centrata sulle letture del giorno secondo il Rito romano con cui si officia a Monza. I brani della Lettera ai Romani di Paolo e del Vangelo di Luca, al capitolo 13, parlano delle “doglie del parto” che preludono a un evento come la nascita – atteso con fiducia e speranza -, e del granello di senapa che divenne albero. Un invito alla pazienza, perché «esiste una speranza affidabile: il Signore non viene mai meno». L’Arcivescovo spiega: «Non amo parlare della crisi del nostro tempo, ma mi pare che l’espressione che meglio descrive questa epoca postmoderna sia proprio il “travaglio del parto”». Momento difficile, certo, ma che apre alla vita: «Tutti siamo figli di Dio che tiene unita la famiglia umana. Per questo guardiamo al destino del tempo, pur nelle tribolazioni, con fiducia». Da qui l’invito all’accoglienza e all’amicizia con i “compagni di strada” che siamo tutti noi e alla «valorizzazione di ciò che abbiamo in comune, l’esperienza quotidiana degli affetti, del lavoro e della festa». «Che la fede sia vita. Di questa esistenza che ci è stata donata e dobbiamo a nostra volta donare, dobbiamo essere degni giocandoci in prima persona, specie con chi ha più bisogno. Il cristiano è un pellegrino». E allora risuonano tra le navate i nomi amatissimi del beato don Carlo Gnocchi – nel giorno della sua memoria liturgica, a due anni esatti dalla beatificazione in Piazza Duomo – e del beato don Luigi Talamoni, esempio di vita sacerdotale e di impegno civile, oggi anche patrono della Provincia di Monza e Brianza.

Poi, in una sera bagnata dalla pioggia battente, in moltissimi si dirigono verso il Palaporada di Seregno, dove trovano posto oltre 1000 persone. Sul bel palco che ricorda simbolicamente e con semplicità lineare le guglie del Duomo, ci sono gli otto decani di Zona e alcuni dei 1600 eletti il 16 ottobre nei Consigli pastorali parrocchiali e di Comunità. «Serio e nobile riflettere insieme sui problemi», nota il Vicario di Zona monsignor Armando Cattaneo in apertura, sottolineando proprio il ruolo dei laici neoeletti: «avete la fortuna di incontrare prima il vostro Arcivescovo che il parroco», aggiunge.

E la parola passa appunto a quattro laici e delegati al Consiglio Pastorale diocesano. I problemi non mancano, così come il desiderio di vivere al meglio e insieme il cammino di fede. Da Vimercate giunge l’eco del lavoro che non c’è: «Siamo il decanato che ha maggiormente usufruito del Fondo Famiglia-Lavoro, ma non siamo abituati alla crisi, specie ora che sta arrivando ai ceti medi», spiega chi vive ogni giorno una situazione non facile e assolutamente inattesa. Poi è la volta del riferimento alle Comunità pastorali, che in Zona di Monza guidano per numero – 34 – questo cambiamento di articolazione pastorale. La riflessione sui giovani è, invece, approfondita da una rappresentante dell’Agesci e da uno del Decanato di Monza. Il pensiero va subito all’educazione e alla possibilità di ritrovare un dialogo e un linguaggio tra le generazioni. Infine un diacono permanente, avvocato e padre, che affronta il tema nevralgico dell’accoglienza oggi e ancor più nel futuro immediato. Questione, evidentemente, aperta e molto concreta, se solo si considera che la popolazione qui è cresciuta, in 10 anni, di 90 mila persone su 865 mila (63 mila sono stranieri).

L’Arcivescovo risponde a partire da un “filo rosso” preciso che ha attraversato tutti gli interventi, «la separazione tra fede e vita» che, come già notava il cardinale Montini, è il vero dramma dei nostri tempi. «Solo se Cristo è veramente compreso come il Salvatore, Colui che scioglie l’enigma dell’uomo, e la vita eterna non è concepita astrattamente – riflette -, si può capire quanto Gesù sia inscindibilmente legato alle nostre vicende quotidiane». E prende a prestito, il Cardinale, le parole di un laico appena intervenuto: «Come continuare a comunicare il Vangelo in un mondo che cambia?». «Quello che ci è chiesto è un cambiamento-conversione, che viene dall’incontro con Cristo nelle nostre comunità cristiane. Nulla può sostituire la comunione che nasce dall’esperienza della presenza di Gesù. Non riflettiamo mai a sufficienza su questo che è l’antefatto della nostra vita di fede: l’irrompere di Cristo vivo nell’esistenza. Se questa unità viene vissuta alla radice nella persona e, dunque, nella comunità, essa diventa il “luogo” dove ognuno di noi è retto, sorretto, corretto». Se si vive così, «dando una forma eucaristica all’esistenza, dove l’eucaristia è il dono totale di sé», si possono affrontare i bisogni di ogni giorno dilatandoli verso l’orizzonte di desiderio che queste stesse necessità fanno emergere. Ciò è evidente nell’accoglienza degli immigrati: «dall’aiuto immediato e più urgente alla condivisione delle richieste umane che nascono dalla loro presenza, il ricongiungimento familiare, il riconoscimento della dignità umana di ciascun uomo». Da qui l’idea che così debba delinearsi anche il “farsi prossimo” e una matura capacità caritativa.

Ormai è più di un’ora e una manciata di minuti che si dialoga, ma il tempo non lo sente nessuno, e così sono altri tre i laici che danno voce al confronto. E arriva allora dall’Arcivescovo una richiesta che ha il sapore di un appello. «Camminiamo insieme, nulla può incrinare la nostra unità di Chiesa. Stiamo graniticamente ancorati sulla roccia della compagnia che Cristo ci fa. Questo ci permette di essere aperti a tutti, di affrontare tutto, trasformando la nostra generosità in un fattore di edificazione della vita buona, di cui il Paese ha particolare bisogno. Vita buona e pratica virtuosa. È inaccettabile quello che succede in molte nostre comunità. L’opinione politica conta più del nostro essere fratelli e sorelle in Cristo». Ed è subito applauso.

 

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