L’appello con cui l’Arcivescovo ha concluso la sua visita nella IV Zona pastorale: «Tutto ci riguarda come cristiani. Se non ci giochiamo in prima persona, non esiste vera testimonianza comune»

di Annamaria BRACCINI

Lo accolgono in molte centinaia, per la sua visita nella IV Zona, a nord ovest della metropoli, vastissima ed estesa lungo l’asse del Sempione. Terra di insediamento cristiano antico e, nello stesso tempo, di grande apertura alle sfide del domani, con l’immigrazione robusta, la fiorente industrializzazione degli anni Sessanta e, oggi, la conversione al terziario avanzato, attraverso il “fiore all’occhiello” dell’area di Rho Fiera e quella nella quale si svolgeranno tanti eventi di Expo 2015.

Ma l’emozione, nella splendida cornice del Santuario mariano della Beata Vergine Addolorata di Rho, è anzitutto per lui, l’arcivescovo Angelo – come verrà più volte definito nella serata – che in questo scrigno dell’arte lombarda presiede la celebrazione eucaristica. Accanto al Cardinale, i decani, i parroci delle 160 parrocchie, i responsabili delle 15 Comunità pastorali e delle 28 Unità pastorali. È la Festa liturgica di San Luca Evangelista e l’omelia si apre con la citazione della prima lettura della Messa del giorno, dagli Atti degli Apostoli: «“Egli si mostrò ad essi vivo” – inizia il Pastore -, ma siamo veramente consapevoli che Cristo è vivo, è qui e ora con noi?», si chiede, subito.

«Solo il Salvatore spiega chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, solo Lui scioglie l’enigma dell’uomo», aggiunge. Da questa consapevolezza occorre ripartire come cristiani del Terzo millennio: «In questa epoca, di lavoro precario, di crisi profonda in cui fatichiamo ad accogliere uomini e donne che vengono a noi da lontano, epoca che ci tenta a pensare Gesù lontano, dobbiamo essere testimoni dell’annuncio nel rispetto della libertà di ciascuno». Annuncio «sperimentato in ogni ambiente di lavoro, di casa, di famiglia, in ogni circostanza felice o difficile dell’esistenza, con uno stile di vita che è quello del bell’amore e della comunione “nella casa comune” che appartiene a tutti, alla nostra Chiesa Ambrosiana inserita, come ogni comunità locale, nella Chiesa universale». Dunque testimonianza concreta, come è stato per il lecchese padre Fausto Tentorio, missionario del Pime, barbaramente ucciso a Mindanao dopo 32 anni di missione, chel’Arcivescovo cita con parole di affettuosa vicinanza.

Poi, il saluto personale a moltissimi fedeli e l’incontro presso il Centro Congressi del Collegio dei Padri Oblati, con i rappresentanti dei Consigli pastorali, delle realtà sociali, del laicato impegnato, che si fanno portatori di alcuni problemi ultimamente emersi, con particolare forza, dal territorio come l’infiltrazione di mafia e ’ndrangheta. Scorrono così le immagini che raccontano gli incontri a Legnano con don Ciotti e l’Associazione “Libera”, con il coraggio e l’indignazione che crescono tra la popolazione e costruiscono o ri-costruiscono una autentica comunità sociale e civile. E l’immigrazione con Alì Gado, originario del Togo, musulmano – ma dice: «Sarò per sempre riconoscente alla Caritas Ambrosiana, che mi ha aiutato quando non avevo niente» – arrivato per disperazione sulle nostre coste e oggi custode nel presidio di housing sociale per l’accoglienza dei profughi “Casa Onesimo” di Busto, dove lo ha raggiunto la moglie.

L’Arcivescovo riflette ancora attraverso una declinazione della testimonianza che diviene educazione: «La grande via maestra che la Chiesa possiede si chiama educazione – sottolinea -. Ogni cristiano ha la responsabilità di dare ragioni collegate al vivere».

Nasce da qui una prossimità che si fa dialogo e ascolto rispettoso e fecondante: il Cardinale racconta di aver incontrato poco prima cinque papà separati ospitati momentaneamente dalla Casa degli Oblati. «Dobbiamo avere il coraggio di parlare della Chiesa come della nostra famiglia, della nostra casa, della nostra parentela. Perché la prima cosa che dobbiamo fare è testimoniare, giocarsi nel concreto, rendere il senso dell’esperienza ecclesiale, dando una rappresentanza precisa, come è quella di chi è nei Consigli pastorali appena rinnovati».

Infine, ancora due “racconti di vita”: uno con Benedetta e Michele, tra i fondatori del Centro Giovanile “Stoà” di Busto Arsizio; l’ultimo con Marco, insegnante, 49 anni, non impegnato nella vita parrocchiale o in associazioni, «cristiano della domenica», si autodefinisce nella lettera che scrive all’Arcivescovo. «Un eccellente cristiano», lo definisce invece il Cardinale. E conclude il Pastore con un appello all’impegno che non intende distinguere tra ciò che è vicenda ad intra da quella ad extra della vita di Chiesa: «Tutto ci riguarda come cristiani. Se non ci giochiamo in prima persona, sapendo che solo ciò che è autenticamente personale è anche comunitario, non esiste vera testimonianza comune. Dobbiamo andare al bisogno reale della persona, con la sensibilità che i nostri giovani ci hanno testimoniato, prendendo sul serio la nostra e l’umanità degli altri».

È qui il centro pulsante della questione: «Riportare la relazione costitutiva con Dio al cuore del quotidiano e affrontare tutti i bisogni. La missione non è una strategia, è una testimonianza grata e gratuita di ciò che abbiamo ricevuto. Anzitutto la fede e i frutti che ha portato nella nostra vita: la bellezza che abbiamo così incontrato con il Signore».

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