Arrivano dalla Nigeria (in gran parte) e dal Mali, chiedono lo status di rifugiato e cercano un lavoro. «Per ora non confidano le loro storie personali, ma già iniziano a integrarsi»

di Marcello VILLANI

Coe

Sono 18 e vengono da Nigeria e Mali. Sono il secondo contingente che la Prefettura di Lecco manda al Centro orientamento educativo (Coe) di Barzio (Lecco) da quando, tre anni fa, il centro valsassinese si è dichiarato disponibile a dare asilo ai rifugiati delle emergenze del Nord Africa.

Rosa Scandella, presidentessa del Coe, racconta: «Da noi i rifugiati sono arrivati per la prima volta tre anni fa, in seguito alla prima emergenza di Lampedusa. Abbiamo sempre avuto ospiti provenienti da altri Paesi, ma si trattava di giovani che avevamo fatto e facciamo venire per studiare e lavorare con noi. Questa esperienza di accoglienza di profughi per noi è relativamente nuova. Avevamo dato disponibilità alla Prefettura e la prima volta ci avevano mandato 16 persone. Ora sono 18, tutti uomini, tra i 20 e i 30 anni».

Diversamente dai precedenti 16 migranti, che fuggivano dalla guerra in Libia ed erano stati letteralmente “buttati a mare” dai loro carcerieri, questi 18 vengono sì da storie di conflitti e di miseria, ma se non altro hanno “scelto” di venire in Italia. Una scelta obbligata per molti, visto che l’alternativa era morire di fame o per qualche pallottola. «Il primo gruppo era stato mandato fuori dalla Libia “a forza” – ricorda Scandella -. Erano stati messi su una barca e spinti verso l’Italia. Questi, invece, hanno scelto di venire in Italia in barcone, sbarcando a Pozzallo, in Sicilia, il 20 marzo. Il 21 erano già sull’aereo che li ha portati a Malpensa e la Polizia li ha accompagnati con un pullman qui a Barzio».

Quindici di loro sono nigeriani, tre vengono dal Mali. «I nigeriani sono cristiani e provengono dalla zona teatro di scontri con i musulmani – spiega Scandella -. I maliani, invece, sono musulmani e sono scappati in Italia per la miseria e la povertà del loro Paese. Ricercano lo status di rifugiati politici, ma se non ce ne saranno le ragioni non sarà loro concesso». In questi primi quindici giorni di permanenza al Coe, la difficoltà maggiore è stata quella di comprendersi. In loro ci sono diffidenza e paura di essere rimandati indietro: «Non sono propensi a raccontare subito le loro storie personali», ammette la presidentessa.

In ogni caso Carla Airoldi, che per conto del Coe si occupa della gestione del nuovo gruppo, spiega che già cominciano a integrarsi: «Sono arrivati in discrete condizioni fisiche e di igiene. Quattro di loro, però, hanno avuto la febbre, per cui hanno avuto bisogno di un medico. Sono abbastanza inseriti nella nostra comunità. La mattina fanno qualche lavoretto in giardino, oppure sono impegnati in faccende domestiche. Nel pomeriggio hanno iniziato il corso di italiano. In questi giorni stanno facendo le pratiche per ottenere lo status di rifugiato politico». Tra loro c’è un minorenne (pare 17enne), per lui è stato necessario un accertamento particolare e sarà trasferito a Pesaro Urbino: «È un ragazzo vivace, semplice. Nel gruppo non aveva parenti. Da quel che abbiamo capito parecchi di loro vengono dal Sud della Nigeria e qualcuno ha avuto familiari uccisi negli attacchi alle chiese cristiane».

I “sogni” sono semplici, ma grandi: «Cercano lavoro, per uscire da un mondo di miseria e morte. Il minorenne, per esempio, è orfano di padre, ha la mamma e un fratello più piccolo, di 15 anni. Dice di volerli aiutare economicamente. Un altro dice di essere ingegnere, ma ci sembra si tratti di un diploma tecnico. Però maneggiano tutti Facebook e Skype. Sono persone in cerca di una vita nuova…».

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