Nel capoluogo emiliano celebrati i funerali dell'Arcivescovo emerito di Bologna, già vescovo ausiliare ambrosiano. Il ricordo di monsignor Inos Biffi, unito a lui da sintonia intellettuale e amicizia personale: «In linea con la tradizione antica, era insieme Pastore d’anime e Dottore della Chiesa»

di Annamaria BRACCINI

Giacomo Biffi_consacrazione episcopale

È il notissimo teologo monsignor Inos Biffi a tracciare un ricordo del cardinale Giacomo Biffi, conosciuto fin dagli anni del Seminario dove il futuro porporato era docente, e con il quale ha condiviso la grande passione per lo studio e una teologia rigorosa.

Pur non essendo parenti, come si potrebbe pensare dal cognome, una lunga frequentazione intellettuale e di amicizia personale la legavano al cardinale Biffi. Come lo ricorda?
Come il Cardinale scrisse nella Prefazione al mio volume In dialogo sul cristocentrismo, dedicato proprio a una lettura dei suoi saggi, «spiritualmente e culturalmente proveniamo da una molteplice matrice comune. Siamo stati generati e allevati dalla stessa Chiesa di Milano; la Chiesa di Schuster, di Montini, di Colombo: solida nel suo Credo e nelle sue strutture, pastoralmente operosa e saggia, intraprendente nella sua sollecitudine apostolica. Ambedue dall’antica scuola di Venegono siamo stati formati a un serio impegno verso la verità, al gusto della ricerca, al rigore dell’argomentazione. Ambedue ci siamo dedicati alla frequentazione ammirata degli autori medievali. Ambedue abbiamo avuto in sorte, contro ogni nostra previsione, la necessità e l’obbligo di una conoscenza ravvicinata e totale delle opere di Sant’Ambrogio; Ambedue abbiano sempre cercato di onorare il programma di congiungere la piena fedeltà al dato rivelato e l’adesione senza eclissi alla Sposa di Cristo con uno spirito e uno stile di libertà». Come si vede, basi solide…

Quali direbbe che siano state le caratteristiche peculiari di Giacomo Biffi?
Vorrei richiamare il suo volume Approccio al cristocentrismo: in esso si constata, infatti, e vi si ammira tutto l’equipaggiamento che un teologo dovrebbe avere: l’informazione precisa, il giudizio critico, la sintesi e la chiarezza espositiva. E tuttavia, se c’è un caso in cui la teologia, rimanendo secondo la sua natura «intelligenza della fede», diventa – senza complicate e inconclusive teorizzazioni – pastorale, è quello di Giacomo Biffi. Per parte mia non conosco, almeno in Italia, magistero episcopale che abbia saputo più felicemente unire la luce della sapienza teologica e il rigore della scienza sacra con la pertinenza della valutazione e dell’applicazione pratica. Infatti non è difficile trovare, appunto nel cristocentrismo, il fondamento di vari orientamenti e piani pastorali da Biffi elaborati come arcivescovo di Bologna: per esempio, quale principio dell’educazione dei ragazzi e dei giovani. Allo stesso modo sono rimandati al progetto in Cristo, perché ritrovino forma e possibilità, il matrimonio e la famiglia. Notava: «Dio non ha due progetti sull’uomo, uno naturale e uno soprannaturale: ne ha – ne ha sempre avuto – uno solo», quello in Gesù Cristo. Ugualmente, come base dell’evangelizzazione – contro i diffusi equivoci sul «dialogo» – viene ricordato che «ogni uomo dall’eternità è stato pensato e voluto in Cristo, modellato su di lui e orientato a lui». Così, dalla lucida persuasione del primato di Cristo traggono la loro sorprendente sintonia e loro ovvia risoluzione lo studio teologico e l’azione episcopale, del resto secondo un modello della tradizione antica, dove non è raro riscontrare, in un’unica persona, il Pastore d’anime e il Dottore della Chiesa. Nessuno, credo, si stupirà se dico che in questo nostro tempo ecclesiale Giacomo Biffi sia stato uno, se non l’unico, dei rari Vescovi teologi.

Umanamente come era?
Il suo tratto distintivo si qualificava per la squisita cortesia e affabilità. Certamente sapeva essere chiaro nei suoi giudizi e nelle opinioni con un’arguzia particolarissima. Penso a suo libro dal titolo singolare, Contro Maestro Ciliegia del 1977. Non sono stati in molti ad accorgersi che si tratta di uno scritto di rigorosa teologia, ma sotto forma di commento alle avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Vi ricorrono le tesi della «libertà ferita», della vocazione soprannaturale, come chiave interpretativa del mistero dell’uomo, della riscoperta del Padre come solo salvatore dalla schiavitù e da tutte le disumanizzazioni. Anche qui, in un contesto apparentemente lontano dai temi classici della teologia e della pastorale, la capacità di insegnamento e la grande dottrina del Cardinale emergono per intero.

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