Dal Rapporto emerge l’impegno della diocesi ambrosiana. Ne parliamo con Meri Salati, del Centro studi di Caritas Ambrosiana

di Pino NARDI

Meri Salati

Flessibili, disponibili, legati al territorio. Sono le caratteristiche dei 30 progetti illustrati nel 13° Rapporto sulle povertà nella Diocesi di Milano, presentato nei giorni scorsi dalla Caritas ambrosiana. Lo specchio dei tanti bisogni crescenti non solo tra gli immigrati, ma anche tra gli italiani, che – uno su tre – hanno cominciato a rivolgersi ai Centri di ascolto parrocchiali. Di fronte a una società in sofferenza, con un welfare che arretra, è notevole la risposta della Chiesa ambrosiana sul territorio con esperienze di volontariato all’avanguardia e innovative. Ne parliamo con Meri Salati, del Centro studi di Caritas Ambrosiana.

Trenta progetti come buone prassi. Cosa emerge dall’analisi di queste iniziative?
Innanzitutto sono distribuiti in tutte le sette Zone pastorali della Diocesi. La caratteristica principale è la capacità all’adattabilità: gli operatori che realizzano i progetti si mettono a disposizione rispetto alle richieste delle persone che accolgono. Quando si accorgono che i bisogni cambiano sono in grado di modificare l’offerta anche in tempi brevi. Per esempio, il corso di italiano per stranieri inizialmente pensato in orario serale per le donne che lavorano, in seguito ci si è accorti che alle donne musulmane – che alla sera non escono – era più interessante offrirlo in modo diverso. Quindi l’hanno subito convertito in un corso al mattino, quando le mamme portano i bambini a scuola e sono più libere. Inoltre, la disponibilità nell’accessibilità perché, a differenza dei corsi offerti dal Comune, loro accettano immigrati regolari o irregolari, che partono in cento e poi magari arrivano in 50 o 25 e sono disposti anche durante l’anno ad accettare nuove persone. Tutto questo un ente pubblico non riuscirebbe a farlo.

E poi un forte radicamento sul territorio…
Esatto, è un’altra caratteristica peculiare. Conoscono bene il territorio dove sono inseriti e sono in grado di intercettare prima di altri le domande. Come l’esperienza di un progetto sul doposcuola in un piccolo Comune: hanno iniziato a fare questa proposta ai figli degli immigrati, poi si sono accorti che il Comune non aveva nulla di analogo e perciò è diventato un servizio comunale e per questo sono stati in parte finanziati. In un altro caso, corsi sportivi rivolti a ragazzini stranieri, i quali non possono permettersi di pagare le rette in altre realtà, offrendo la proposta dell’oratorio con finalità educativa. Così sono state intercettate anche le famiglie poi integrate con proposte mirate.

Diversi progetti sono destinati al supporto dei disoccupati…
Infatti, un’altra caratteristica dei progetti è la capacità di innovazione. Un progetto significativo è stato quello della parrocchia milanese di San Leone Magno che aiutava le badanti a trovare lavoro (Aiuto solidale). Venivano raccolte le domande di lavoro delle collaboratrici, poi selezionate e offerto un supporto alle famiglie. Tutta la comunità è stata coinvolta perché, invece di aiutare queste persone con i soldi, potevano farle lavorare nelle loro case: si mettevano in contatto perché c’erano anche facilitazioni per i contributi Inps. Tutte lavoratrici in regola, ma l’onere non gravava interamente sulla famiglia. Un’idea vincente, tanto da saturare il mercato. Tutte le badanti che si potevano aiutare sono state sistemate. Però con la crisi, con il fatto che anche gli italiani non hanno i soldi per permettersi un aiuto, questa necessità è calata.

Questi progetti riguardano in particolare gli immigrati o emerge una necessità crescente tra gli italiani?
Quando abbiamo realizzato la mappatura abbiamo chiesto agli operatori di indicarci progetti di buone prassi proprio nell’integrazione degli immigrati. Tuttavia alcuni di questi sono rivolti alla totalità della popolazione. Abbiamo registrato che, quando un progetto funziona per gli immigrati, poi ha un ritorno positivo sull’intero territorio, perché stabilisce sinergie. Molto interessante il progetto di Rozzano(vedi box a lato, ndr).

Ciò dimostra una vitalità delle comunità cristiane nella risposta ai bisogni emergenti. Possono diventare l’occasione per altre realtà di impegnarsi in questo modo?
Questi progetti sono buone prassi: tra le caratteristiche che devono avere perché siano considerati tali è anche la loro replicabilità in altri contesti. Abbiamo mappato solo alcuni progetti, probabilmente ce ne sono molti di più sul territorio della Diocesi. Nel Rapporto dell’Osservatorio di quest’anno abbiamo inserito le schede di questi 30 progetti, proprio per diffondere, condividere e valorizzare queste esperienze. Molti di loro, intervistati, quando chiedevamo “come vi è venuta l’idea di fare questo progetto?”, spesso rispondevano: “L’abbiamo sentito a un convegno, abbiamo saputo di un centro vicino a noi che lo faceva”. C’è quindi un contagio positivo».

Centrale rimale il ruolo della parrocchia…
Sì, è così. Sono progetti realizzati da operatori Caritas o che hanno un qualche rapporto con la Caritas. In ogni caso abbiamo visto che tra i fattori facilitanti in molti di questi, c’è il fatto che siano nati in parrocchia, non solo perché dà spazi a titolo gratuito, ma anche perché forma i volontari, crea sensibilità nelle persone. Diverse realtà sorte da un gruppo della parrocchia sono diventate un’associazione, anche indipendente.

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