Come il «Va', pensiero, sull'ali dorate» divenne celebre, dopo la prima rappresentazione alla Scala nel 1842. Un nuovo approfondimento dedicato al maestro di Busseto e al suo rapporto con Milano, nel bicentenario della nascita.

di Luca FRIGERIO

Nabucco Verdi

La prima del Nabucco, messa in scena il 9 marzo 1842, ebbe un successo straordinario, indescrivibile, che consacrò definitivamente Giuseppe Verdi, allora neppure trentenne, tra i massimi compositori d’ogni tempo. Alle otto rappresentazioni previste, dall’agosto dell’anno successivo seguirono, una dietro l’altra, ben 57 repliche, un primato anche per quei tempi e per la stessa storia della Scala: nessuna opera, infatti, ha mai avuto, né prima né dopo, tanto successo in una sola stagione.

Nabucodonosor(questo il titolo originale, in seguito abbreviato nel più familiare Nabucco) fu composto da Verdi in quattro parti, su libretto di Temistocle Solera. Libretto che, racconta lo stesso maestro di Busseto nelle sue memorie, non voleva neppure prendere in considerazione.

Avvilito dall’insuccesso della farsa Un giorno di regno, distrutto per la perdita dei due figli e della moglie, Verdi meditava di lasciare ogni cosa, di abbandonare Milano e di rifugiarsi per sempre nella tranquilla e anonima Busseto. Fu proprio Bartolomeo Merelli, l’impresario della Scala che già lo aveva lanciato con la sua prima opera, l’Oberto, ad insistere perché egli leggesse il pregevole ma difficile libretto del Solera, già rifiutato da altri compositori.

«Rincasai e con gesto quasi violento gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomisi ritto in piedi davanti», ricordava lo stesso Giuseppe Verdi. «Senza sapere come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi , e mi si affaccia questo verso: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”. Scorro i versi seguenti e ne ricevo una grande impressione, tanto più che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi dilettavo sempre. Leggo un brano, ne leggo due: poi mi fermo nel proposito di non scrivere, faccio forza a me stesso, chiudo il fascicolo e me ne vado a letto. Ma sì, Nabucco mi trottava pel capo!». Nell’autunno del 1841 la musica era pronta. Nasceva così un’opera mirabile nelle parti corali, che suscita ancor oggi intense emozioni.

Quando, la sera della prima, il coro intonò il «Va’ pensiero» furono in molti, forse l’intera platea milanese della Scala, a vedere in quelle parole non solo i sentimenti patriottici degli ebrei esiliati a Babilonia, ma anche quelli dei lombardi assoggettati all’Austria. E il clamore fu tale che l’orchestra dovette concedere il bis del coro, infrangendo una delle regole più severe della Scala.

Proprio quel «Va’ pensiero», del resto, come osserva uno dei massimi studiosi verdiani, Massimo Mila, «segnò il primo di quegli incontri incendiari tra il genio melodico di Verdi e le speranze nazionali d’Italia, che dovevano fare di lui il maestro del Risorgimento italiano».

Il dibattito, tuttavia, su questa delicata questione, è ancora aperto. Davvero Giuseppe Verdi fu ispirato da un intento patriottico, scrivendo la musica per il Nabucco? Tra i biografi del maestro c’è chi lo nega, ricordando come l’opera venne dedicata dallo stesso Verdi a Maria Adelaide arciduchessa d’Austria e come l’impresario Merelli, suo amico e protettore, fosse comunque, se non una spia austriaca come sostenevano alcuni, al servizio degli Asburgo. Resta il fatto che la magica fusione di musica e di accenti patriottici che Verdi e i suoi librettisti riuscirono a creare in seguito resta un esempio unico nella storia del melodramma europeo dell’Ottocento.

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