Un nuovo libro dello storico Giorgio Vecchio, pubblicato da "In dialogo", racconta la storia di un ventenne che testimoniò con la vita il suo desiderio di libertà e giustizia. Come fu per molti altri giovani di Azioni Cattolica in quei tragici mesi fra il 1943 e il 1945.

di Silvio MENGOTTO

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Vita e morte di un partigiano cristiano. Giuseppe Bollini e i giovani dell’Azione Cattolica nella Resistenza è il titolo del nuovo libro di Giorgio Vecchio, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Parma, che vorrebbe sollecitare «gli studiosi ad affrontare in modo più organico e completo questi argomenti, oltre che invogliare gli attuali appartenenti all’Azione Cattolica (e, certo, non solo loro) a riscoprire e valorizzare un patrimonio di identità e di fede che non deve andare disperso».

La storia di Giuseppe Bollini, giovane legnanese di Azione Cattolica, fucilato a soli 23 anni per rappresaglia dai fascisti, è quella di un ragazzo semplice, come tanti. “Tuttavia, posto di fronte al plotone di esecuzione, trovò la forza per morire con il massimo di dignità umana e di fede cristiana. Nel frangente estremo della vita, la sua esistenza raggiunse i tratti dell’eroismo”.

Due gli spazi formativi del carattere di Bollini: l’ambiente operaio e l’oratorio. L’Azione Cattolica, in particolare la Giac (Gioventù Italiana di Azione Cattolica) puntava su una formazione esigente che insisteva “su norme precise e ferree, sulla forza di volontà, sul sacrificio, sulla regolare devozione (specie eucaristica), sulla purezza, nonché sulla capacità di testimonianza pubblica (l’apostolato, nel gergo di allora)”. Un’educazione – il caso di Giuseppe Bollini è significativo – che ha preparato una generazione di giovani “ad affrontare la bufera della guerra mondiale, le tremende scelte della Resistenza e poi le fatiche della ricostruzione e dello sviluppo dell’Italia nel dopoguerra”.

Giuseppe Bollini partecipa alla lotta antifascista. Dopo l’8 settembre ’43 clandestinamente aiuta l’organizzazione logistica di alcune bande partigiane in montagna. Per un incredibile equivoco viene licenziato dalla Franco Tosi dove lavorava. Per evitare l’arruolamento nella Repubblica di Salò si consulta con don Carlo Riva di orientamento antifascista, poi opta per la montagna e si unisce con altri partigiani cattolici in Val Grande. Si unisce alla banda del “Mounc” dove militano comunisti e socialisti che lo chiamano “il clericale”.

In Piemonte siamo alla vigilia della repubblica partigiana dell’Ossola. La reazione nazifascista obbliga la banda partigiana ad un ripiegamento in Svizzera.

Al rientro in patria Bollini viene catturato dai tedeschi e ucciso per rappresaglia dalla milizia fascista. Il giovane legnanese riesce ad ottenere il conforto di don Ezio Bellorini che, dopo la Liberazione, scrive un memoriale delle ultime ore di vita di Bollini. Dal comandante il giovane  riesce ad ottenere il permesso di fare la comunione. Prima di essere fucilato si rivolge direttamente al comandante Nisi con queste parole: “Signor Capitano, io vi saluto e vi ringrazio. Io non ho rancore per nessuno. Perché ho sempre avuto  questo ideale: di vedere la nostra povera patria liberata da tanti odii e da tanta guerra e veramente grande e libera. Anzi questo è il mio ultimo desiderio che nessuno mai venga ad essere ucciso per vendicare la mia morte. Che anzi se qualcuno di voi cadesse in mano del mio capo “il Monco” di Miazzina, dica pure che questo è il mio espresso desiderio”. 

Giorgio Vecchio dedica parte del libro ai testimoni e martiri cattolici nell’Europa, molte volte riuniti in circoli di resistenza con modalità di aiuto per i resistenti. In Germania la figura universalmente riconosciuta è quella del teologo evangelista Dietrich Bonhoeffer con il suo lascito raccolto nel volume Resistenza e resa. Tra i giovani cattolici tedeschi quello di “Willi Graf, uno dei giovani della famosissima “Rosa Bianca” dei fratelli Hanss e Sophie Scholl, che si era in precedenza formato nei gruppi giovanili cattolici della sua Saar”. In Francia spicca il nome di Gilber Dru uno dei “caduti più famosi della Resistenza francese proveniente dalle file delle organizzazioni di Azione Cattolica”.

Tornando in Italia l’Azione Cattolica ha visto “cadere 1279 soci e 202 assistenti, mentre furono insigniti di medaglia d’oro al valore ben 112 tra soci e assistenti. Le medaglie d’argento furono 384 e quelle di bronzo 358”. Dati importanti che, dice l’autore, inducono ad un necessario “recupero della memoria associativa”.

E’ diffusa la convinzione che per la maggior parte dei resistenti cattolici mancarono specifiche motivazioni politiche. A differenza dei partigiani comunisti ed azionisti per i cattolici, come dice Teresio Olivelli – giovane proveniente dall’esperienza della Fuci – fu un’autentica “rivolta morale”. Su “Il Ribelle” scrive “Siamo dei ribelli: la nostra è anzitutto una rivolta morale. Contro il putridume in cui è immersa l’Italia svirilizzata, asservita, sgovernata, depredata, straziata, prostituita nei suoi valori e nei suoi uomini”.

Anche l’Azione Cattolica ebbe i propri “giusti”. Tra i nomi spicca quello del carpigiano Odoardo Focherini, dirigente dell’Azione Cattolica che in simbiosi con don Dante Sala organizza “una rete di soccorso e di salvataggio che procurava il passaggio clandestino in Svizzera degli ebrei provenienti dalle città emiliane e romagnole”. Verrà arrestato e trasferito nei lager di Flossenburg e Hersbruck dove muore il 27 dicembre 1944 “assistito dal compagno di sventure Teresio Olivelli”.

Anche Gino Bartali, popolarissimo ciclista, detto “Ginettaccio” per il suo carattere brusco e polemico, e socio della Giac dell’Azione Cattolica “fra il settembre 1943 e il giugno 1944 effettuò circa 30 viaggi lungo il percorso Firenze-Assisi-Firenze per salvare gli ebrei. Il suo compito era quello di passare nel duomo di Firenze e recuperare nascoste nella cassetta delle elemosine le foto di ebrei che bisognava dotare di documenti falsi. Infilate le foto nella canna della bicicletta, Gino partiva pedalando alla volta di Assisi”. Sia Odoardo Focherini che Gino Bartali hanno ricevuto il riconoscimento di “Giusti tra le Nazioni” secondo i criteri stabiliti dal Museo-memoriale di Yad Vashem.

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