Sabato prossimo il convegno diocesano al Teatro ringhiera. Don Walter Magnoni (Pastorale sociale e del lavoro): «Sempre più allarmanti i dati della disoccupazione giovanile»

di Pino NARDI

Don Walter Magnoni

La Chiesa è accanto ai lavoratori, ma anche a chi il posto non lo ha mai avuto o è del tutto precario. Oggi la Diocesi di Milano celebra la XXXI Giornata della solidarietà. Un appuntamento che la dice lunga sull’impegno storico della comunità ecclesiale attenta ai bisogni e alle angosce che si vivono. In questi ultimi anni il fenomeno che più allarma è proprio la precarietà dei giovani, ai quali è dedicato il tradizionale convegno collegato alla Giornata, che si terrà sabato prossimo 18 febbraio presso il Teatro Ringhiera a Milano. Ne parliamo con don Walter Magnoni, responsabile del Servizio per la Pastorale sociale e il lavoro.

La precarietà nel lavoro dei giovani sta diventando quasi una piaga sociale. È questa la motivazione del convegno per la Giornata della Solidarietà?
Quest’anno, come Pastorale sociale e del lavoro, insieme alla Pastorale giovanile, all’Azione cattolica e alla Caritas, abbiamo pensato a un convegno giovani e lavoro in quanto i dati sulla disoccupazione giovanile sono sempre più allarmanti. Sono due le categorie di persone più in affanno in questa stagione circa il tema del lavoro: i giovani e gli over 45/50 anni che perdono il posto. Il 18 febbraio intendiamo iniziare una riflessione sul mondo giovanile. La finalità è quella di pensare a come sostenere i giovani in un tempo dove il mercato del lavoro offre sempre meno opportunità e spesso i giovani prima di arrivare ad un’autonomia economica, vagano per più aziende, talora sottopagati e sfruttati. Tutto questo ha ricadute psicologiche non indifferenti che vanno a toccare l’autostima di chi si sente inutile e facilmente si scoraggia. Lavorare non significa solo guadagnare soldi, ma è anche un qualcosa che concorre alla costruzione dell’identità personale.

Sulla questione del posto fisso si discute molto dopo le dichiarazioni di esponenti del Governo. Come valuta queste affermazioni?
Alcune dichiarazioni mi hanno lasciato un po’ perplesso. Così come le ho apprese dai giornali, mi sono sembrate forse un po’ troppo ardite e non del tutto capaci di leggere la situazione attuale. Penso che se è vero che oggi il posto fisso sia sempre più un miraggio, questo non significhi che sia vera l’equivalenza tra questo tipo di occupazione e la noia. Sapere di avere lavoro dà sicurezza e serenità alle persone. Invece, in questa stagione, la noia è fenomeno di cui i soggetti più a rischio sono proprio i disoccupati che non sanno come passare il tempo in giornate che sembrano non finire mai. I giovani vanno stimolati a non scoraggiarsi e a sapersi adattare anche a lavori magari non consoni agli studi fatti. Però credo che molti di loro si mettono alla ricerca del lavoro in modo attivo e senza grandi pretese, se non quella di essere utili alla società e poter vivere in modo onesto e dignitoso.

Cosa si deve chiedere alle istituzioni pubbliche per offrire nuove opportunità ai giovani, soprattutto in questa fase in cui si sta riformando il mercato del lavoro?
Mi pare che le istituzioni pubbliche stiano lavorando per rilanciare l’apprendistato, attraverso modalità tali da incentivare le aziende ad assumere giovani per formarli e inserirli nei loro organici. A questo apprezzabile tentativo va aggiunta una sempre più stretta alleanza tra la formazione della scuola e delle università e il mondo del lavoro, onde evitare il fenomeno del mismatch, ovvero il disallineamento tra i titoli di studio e i fabbisogni delle imprese. Senza però cadere nel rischio di credere che il solo scopo della scuola sia quello di formare lavoratori. Se tutto fosse strumentale al lavoro, alcune discipline verrebbero erroneamente cancellate. Compito della scuola è quello di formare persone capaci di pensare e affrontare la vita con responsabilità, ma al contempo anche non esimersi dall’attenzione a intercettare i mutamenti del mondo del lavoro predisponendo strumenti formativi adeguati alle nuove esigenze delle aziende.

Le comunità cristiane sono consapevoli di questa realtà? Cosa fanno in concreto?
Sto girando in parecchie parrocchie e spesso sono chiamato a ragionare proprio sui temi del lavoro. Incontro tanta preoccupazione e poche idee per sostenere le persone in questa fase. Spesso mi chiedono: cosa possiamo fare? Quello di cui vado convincendomi è che il primo compito della Chiesa sia l’essere vicino a chi è senza lavoro. Il problema della mancanza di lavoro non deve riguardare solo chi è disoccupato, ma concerne tutta la comunità cristiana e civile. Chi lavora non può pensare che l’assenza di impiego dei suoi parrocchiani o cittadini non lo tocchi da vicino. In questo senso vanno promosse concrete forme di solidarietà, simili a quelle che scattano nell’ambito familiare. Chi non ha una famiglia che lo sostiene, deve poter trovare nella parrocchia e nel paese in cui vive quel sostegno reale indispensabile per affrontare il tempo del lavoro che non c’è. Il Fondo famiglia-lavoro è iniziativa che si pone dentro questo solco».

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