Nella basilica di Santa Maria degli Angeli, i pellegrini lombardi hanno iniziato il loro pellegrinaggio nella città del Poverello. I primi Vespri nel "Transito" di san Francesco, sono stati occasione per una riflessione sulla "consegna" che il Patrono d'Italia lascia a ognuno

di Annamaria BRACCINI

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La grande processione con i Gonfaloni, anzitutto quelli della Regione Lombardia e del Comune di Milano, le autorità, i sindaci, i rappresentanti della società civile, i Francescani, i seminaristi, i sacerdoti, i Vescovi lombardi, il cardinale Scola che entra tra due ali di folla nella basilica di Santa Maria degli Angeli, disegnano l’immagine di una Chiesa che vive e respira sui passi segnati dai grandi Santi e nel concreto del tessuto del Paese.
Sono i Vesperi primi nel “transito” di san Francesco, nella basilica di Santa Maria degli Angeli che racchiude la Porziuncola, e Assisi, “si veste” di Lombardia perché, dopo esattamente vent’anni, è la nostra Regione a offrire l’olio utilizzato per alimentare la lampada votiva che arde nella cripta dedicata al Poverello dal 1939, quando Pio XII proclamò san Francesco patrono d’Italia.
Così ci sono oltre mille pellegrini, molti quelli della nostra Diocesi, tanti i primi cittadini del territorio ambrosiano, oltre cento preti, tredici Vescovi che non hanno voluto mancare a questo sentito pellegrinaggio che si svolge tra il 3 e il 4 ottobre.
«A nome della Chiesaa che ha dato i natali a Francesco e ha visto, proprio in questi luoghi, il suo transito, vi dono il benvenuto. Cari fratelli e sorelle lombarde portate qui una lunga storia fatta di fede operosa a cui tutta l’Italia guarda con ammirazione», dice nel suo saluto iniziale, il vescovo della città umbra, monsignor Domenico Sorrentino.
Volgendo lo sguardo all’ottavo centenario del Perdono di Assisi, che per una felice coincidenza cadrà l’anno venturo durante l’Anno della Misericordia, il pensiero è appunto allo spirito del serafico padre Francesco. «Possiate trovare la gioia e la pace che ad Assisi anche le pietre trasmettono», conclude il Vescovo della città ospitante.
Il legato pontificio per le Basiliche papali di Assisi, il cardinale Attilio Nicora, ambrosiano di nascita, da parte sua, dice: «Ciò che ci raduna oggi qui è la memoria di san Francesco, patrono di Italia.  Celebrare il Patrono significa rinnovare la consapevolezza del nostro radicale riferimento a lui nella storia del nostro Paese. L’Italia è l’Italia perché ha avuto Francesco come dono di Dio. Essere qui significa rinnovare la nostra vita sul suo esempio di totale consacrazione a Gesù e nel servizio dei poveri fino all’estremo, domandando che queste alte prospettive rendano più consapevole la nostra coscienza, riscaldino il nostro cuore e ci aiutino a vivere queste giornate in autentico spirito cristiano».
Infine, a porgere il benvenuto è il Ministro generale dei Minori Francescani, fra’ Michael Perry: «Tutti noi siamo venuti in quest Basilica per una logica diversa da quella che propone il mondo, la logica del Cantico, che significa approfondire la nostra appartenenza a Dio e solo a Lui e, grazie e questa appartenenza, agli altri e al creato. Entriamo in una nuova logica per il mondo, trasformiamola rendendo grazie a Dio che ci permette di farci portatori di questa grande gloria che Francesco ha fatto e vissuto. Buona festa».
La preghiera del Vespro, resa ancor più suggestiva e intensa dalle melodie che l’accompagnano -con l’inno, il Cantico delle Creature, splendidamente eseguito, è presieduta dal vescovo di Cremona, monsignor Dante Lafranconi, che nell’omelia a lui affidata, prende avvio da quelli che definisce «due semplici particolari, che rispondono pienamente alla concretezza con cui Francesco visse la sua esistenza e la sua vocazione». Volle, infatti, morire, il Santo – compiendo il suo transito – qui, dove aveva ricevuto lo Spirito della Grazia e qui volle rendere a Dio lo spirito della vita, la sera del 3 ottobre 1226, che, per la cronaca, era sabato come adesso.
E, poi, il secondo gesto: «fermarsi, poco prima della morte, rivolto verso la città di Assisi che benedì così come i suoi frati».
Da qui la riflessione: «Noi siamo qui non solo per onorare san Francesco, ma anche e soprattutto, per raccogliere la sua consegna».
Se il Santo disse “io ho fatto la mia parte, la vostra Cristo ve la insegni”, «si tratta di continuare la sua ispirazione che si sintetizza in questi due gesti.
Ecco, allora che mi sembra bello – continua monsignor Lafranconi – leggere queste consegne che ci parlano, da una parte, della Chiesa da vivere con quella intensità di fede con cui l’ha vissuta lui e, dall’altra, ci invitano a guardare alla città con quell’anelito di pace che fu il suo, costruendo un tessuto buono di relazioni come il Santo fece per la sua intera vita».
Ma come dare “concretezza” a questo comando?
Immediata la risposta: «bisogna tornare a vivere il Vangelo così come è, senza troppe elucubrazioni, senza adattarlo ai nostri capricci, come quei Dodici che, innamorati e affascinati dal Signore Gesù, erano profondamente attaccati a Lui da un vincolo di amore. Lui era il loro tesoro come lo fu per Francesco, che non trova strada migliore per “riparare” la Chiesa che vivere interamente il Vangelo, facendo ai suoi compagni e ai fratelli la stessa proposta».
Quella del «vivere l’amore per Gesù, amandosi vicendevolmente».
«La vita di Francesco non fu altro che un voler essere conforme al Vangelo e questo si rifletteva in un amore vero, autentico, quotidiano. L’amore reciproco, fraterno, è così evangelicamente il segno dei discepoli del Signore Gesù, che Francesco la volle come contrassegno dei suoi frati e modo per ritrovare, nella Chiesa,la genuinità della sua fondazione».
Ovvio il riferimento all’oggi: «In un momento in cui sentiamo la necessità di grande rinnovamento, è questa la consegna», scandisce, infatti, il vescovo di Cremona.
«Siamo qui per raccogliere un testamento: la logica della fraternità è la forza della società e permette una vera società civile. Oggi si dice che l’individualismo genera una sorta di sospetto diffuso,mentre solo la fraternità è la forza di base per una convivenza civile che sia veramente umana. Sempre pensando alla concretezza del Poverello, è necessario disseminare, nella nostra mentalità, cultura, modo di vivere quotidiano, la capacità di relazione, di stima reciproca, di cordialità vera e non ipocrita. Solo su questo terreno può reggersi il cammino politico, economico, amministrativo della nostre città».
Di fronte alla contemporaneità viene, difatti, «da chiedersi spesso se la società sia animata da questo senso di stima e collaborazione cordiale. C’è un linguaggio politico e istituzionale che rattristra, ma che è corrente nella nostra cultura: la parola “opposizione”, come se l’obiettivo di chi non ha le redini in un certo momento, non fosse il bene comune. Questo linguaggio non è solo improprio, ma deviante. Torniamo a sentire che ciò che anima tutti è la sincera ricerca del bene dell’uomo di oggi».
Per Francesco la fraternità era tutto quanto lo circondava, e non a caso l’Enciclica ultima di papa Francesco prende il nome di “Laudato si'”: «Raccogliamo, allora, con umiltà queste consegne che san Francesco ci offre oggi e che noi dobbiamo conservare come un’eredità preziosa. La consegna di fare, nella vita quotidiana, ciò che fu l’ammonimento di Francesco consente a ciascuno quel tessuto di fraternità che rende vera e autentica la testimonianza della Chiesa, bella e vivibile la vita della società».

Poi, la presentazione dei doni, condotti in solenne processione all’altare, sia di natura liturgica, come le due casule offerte dalla Diocesi di Milano, sia legati alla produzione agricola e gastronomica tipica dei territori lombardi (il Comune di Milano dona un grande panettone), pensando già al grande giorno di domani, alla Celebrazione presieduta dal cardinale Scola nella sua veste di metropolita di Lombardia e all’accensione della lampada votiva.

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