È questa la caratteristica del ministero pastorale dei sacerdoti ambrosiani lì impegnati, come testimoniano don Francesco Airoldi, don Maurizio Oriani e don Michele Crugnola, incontrati dalla delegazione diocesana in viaggio nel Paese africano

di Luisa BOVE
Inviata in Zambia

Quello che hanno in comune preti, religiose e laici ambrosiani in Zambia sono la passione per il Vangelo e per la gente, alla quale hanno deciso di dedicarsi per alcuni anni della loro vita. Visitando le singole parrocchie ci si accorge delle differenze e delle specificità. È l’esperienza che sta vivendo la delegazione ambrosiana partita da Milano martedì scorso per partecipare al 50° anniversario di presenza missionaria dei fidei donum in Zambia. A guidarla monsignor Mario Delpini, delegato arcivescovile, che nel corso della solenne celebrazione di sabato a Chirundu ha portato il saluto del cardinale Dionigi Tettamanzi a tutti i partecipanti. Una giornata di festa per tutte le comunità cristiane nate in Zambia in tanti anni di servizio pastorale.
Il tour della delegazione è partito da Lusaka, con una rapida visita all’arcivescovo, monsignor George Telesphore Mpundu, e alla cattedrale. Poi tappa da don Francesco Airoldi, parroco di St. Maurice a Kenyama (foto 2). L’inaugurazione della casa parrocchiale, due anni fa, ha coinciso con l’arrivo di alcune suore locali che affiancano il parroco nel lavoro pastorale. Nel gennaio 2010 è stata aperta anche la St. Maurice Community School, coordinata da una religiosa. La scuola comprende elementari e medie per 600 ragazzi che fanno lezione a turno, ma «il mio sogno – dice don Francesco, che funge da direttore dell’istituto – è riuscire ad avere anche le superiori». È già in cantiere però il progetto di un campo di calcio e di uno di basket e pallavolo, a disposizione anche per i ragazzi della zona. La scuola parrocchiale è pensata soprattutto per i più poveri: infatti le famiglie, che vivono con 60 euro al mese, non riescono a mandare i figli alle scuole pubbliche (senza contare che potrebbero avere in casa anche qualche orfano), ma con un piccolo contributo possono iscriverli alla Community School, dove è garantito anche un pasto al giorno. La visita al compound (periferia) di Kanyama ha confermato il grado di povertà, delinquenza e malattia della popolazione. «La gente fatica a sbarcare il lunario – ammette don Francesco – e vive di espedienti, senza regole e di piccolo commercio abusivo».
A qualche ora di distanza si incontra la parrocchia di S. Kizito a Lusito, gestita da don Maurizio Oriani (foto 4) con l’aiuto di due suore locali e due postulanti. Si tratta di una zona isolata, brulla e circondata da baobab secolari. Don Maurizio si arrangia a parlare il tonga, la lingua della sua gente, che non conosce l’inglese. C’è grande condivisione con la gente che vive in piccole capanne di paglia, mentre lui si sente «ricco» perché è l’unico ad abitare in una casa in muratura. Spesso le persone si rivolgono a lui per chiedere aiuti materiali: per questo sono nati alcuni piccoli progetti, dal mulino al frantoio per l’olio. Intanto don Maurizio svolge un prezioso lavoro pastorale di annuncio del Vangelo tra i suoi, molti dei quali sono arrivati da Kariba dopo la deportazione. Forse per questo sono un popolo «anarchico», dice don Maurizio, che non riconosce l’autorità, e questo diventa un limite anche a livello ecclesiale. Però pian piano anche la piccola comunità di Lusito cresce nella fede e a livello sociale.
È toccato a don Michele Crugnola (foto 5) fare gli onori di casa e accogliere vescovi, preti e centinaia di fedeli giunti in parrocchia sabato per festeggiare il 50° di missione ambrosiana. È in Zambia da dieci anni e a Chirundu dal 2005: per lui l’importante era partire come fidei donum, «ogni luogo andava bene». Ora serve la comunità di Maria Regina della Pace, raccogliendo i frutti di chi lo ha preceduto e continuando a lavorare in mezzo alla sua gente. «Non è stato facile all’inizio – dice don Michele – e non sarà facile neppure il rientro in Italia»; qui si sono costruite tante nuove relazioni, mentre alcune lasciate a casa si sono rinsaldate. Il rischio è di arrivare in Africa con alcuni «stereotipi – ammette il prete ambrosiano -, ma poi qui si vedono le cose in modo diverso, anche rispetto all’aiuto. Si tratta di mettersi in gioco con le persone, conoscere le loro tradizioni e credenze, il loro modo di vivere».
«A volte – continua don Michele – si crede di fare del bene, ma si creano dipendenze… Il nostro lavoro adesso è di aiutare la comunità a crescere, a diventare responsabile e a riconoscere le potenzialità che ha. Io dico che lo Zambia non è più un Paese povero: la società è divisa tra ricchissimi e poverissimi, ma bisogna aiutare la gente a diventare capace di costruirsi un futuro».

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