È il tema affrontato nel Rapporto sulla città Milano 2014, curato dalla sociologa Rosangela Lodigiani e presentato dal presidente Marco Garzonio. Le riflessioni di monsignor Luca Bressan, Salvatore Natoli e Alessandro Zaccuri

di Pino NARDI

Rapporto sulla Città 2014

«Expo, laboratorio metropolitano cantiere per un mondo nuovo». Questo è il tema affrontato nel Rapporto sulla città Milano 2014, promosso dalla Fondazione Ambrosianeum, a cura della sociologa Rosangela Lodigiani, con la presentazione del presidente Marco Garzonio (FrancoAngeli, 288 pagine, 27 euro), illustrato lunedì 30 giugno. La ricerca che da più di venti anni legge la metropoli, le sue dinamiche, le sue speranze, ma anche i punti critici, quest’anno affronta un tema quasi doveroso.

La riflessione e il pensiero delle intelligenze del mondo cattolico cercano di analizzare il valore dell’Expo, come grande occasione, non solo per l’aspetto commerciale o per il cemento che prevede, ma anche come momento decisivo per Milano di riflettere su un tema, come quello del cibo e del nutrirsi, uno dei cardini della vita a livello mondiale. Un tema che non riguarda solo il Sud del Mondo, visto che le file alle mense dei poveri della città si ingrossano ogni giorno di più.

Lo snodo decisivo sarà quello di pensare a un nuovo modello di sviluppo che premi le risorse e le opportunità per tutti, al contrario di oggi dove le disuguaglianze crescono invece di diminuire.

Insomma, tutti sono chiamati a dare un’anima a questa manifestazione, come più volte ha sottolineato il cardinale Scola in questi mesi.

Su cosa ha puntato l’analisi del Rapporto? Innanzitutto la questione del lavoro. Le aspettative erano tante in questi anni eppure Expo al momento ha creato ben poco lavoro e decisamente flessibile. Anche le imprese milanesi non hanno avuto finora grandi chance: sono impegnate direttamente in Expo solo nel 3% e solo il 14% ritiene che la rassegna genererà un aumento del proprio fatturato. Inoltre, resta aperto e finora sottovalutato, il nodo cruciale della legacy sociale di Expo, cioè delle ricadute a medio e lungo termine sulla città, al termine della Esposizione.

Il presidente AmbrosianeumMarco Garzoni sottolinea come «le inchieste in corso siano la conferma che la città non ha ancora fatto tesoro della lezione di Tangentopoli. Expo sarà l’occasione per verificare se il Paese voglia realmente compiere un salto di qualità. Se Milano tornerà ad essere quella che nel ’48 fece scrivere ad Antonio Greppi “Risorgeva Milano”, non può dipendere solo dal governo, né solo dal Comune né soltanto dal consiglio di amministrazione di Expo, ma da tutti noi».

«La politica arranca? La società civile vada avanti – è l’appello di Garzonio -. Occorre trasportare il tema “alto” dell’alimentazione sul piano etico-politico e morale: se ci si nutre di valori, responsabilità e impegno, Expo avrà un significato “alto” per la città. In caso contrario, si perderà in sterili polemiche. Non dobbiamo interessarci solo del fare, ma del senso, del “verso dove”».

La curatrice del RapportoRosangela Lodigiani scatta la fotografa del volto di una «città dalle aspettative sospese, che cerca di credere in Expo ma che sente ancora questo evento come lontano, nonostante manchino pochi mesi all’inaugurazione». Se Expo offre l’occasione «per ridiscutere una modalità di sviluppo che si è rivelata non sostenibile», occorre «modificare la situazione sul fronte della povertà alimentare attraverso politiche di inclusione, condivisione e reinserimento sociale dei più deboli».

Continua la sociologa: «È evidente la difficoltà di raccordo tra attori che non riescono a giocarsi insieme un’idea di futuro della città. Il punto nodale di Expo 2015 starà nel suo lascito valoriale. Pensiamo alle esperienze positive di Cascina Triulza, della Caritas, della Diocesi, tutte giocate su un’idea nuova di città e di cittadinanza. Il successo di Expo si gioca in questi termini, più che sul numero di turisti che arriveranno in città».

La parola poi al filosofo Salvatore Natoli, su «Expo la metafora del sistema-Italia»: è preoccupato che «sul fronte Expo sono trascorsi anni inquinati, il che per l’Italia costituisce un problema ricorrente: nel nostro Paese i grandi eventi, se altrove sono spunto per progetti costruttivi, da noi fanno paura, perché sono circondati da un alone di pericolo e di inquinamento». Perciò è necessario «meditare sulla situazione e ripensare Expo 2015: nemmeno il perdono di Dio è efficace se chi lo riceve non cambia vita», ammonisce il filosofo. E si domanda: «Quanto è stata mobilitata Milano nel suo complesso per discutere di Expo?».

«Non siamo certo di fronte alla storia che avremmo voluto sentirci raccontare oggi, quando mancano 305 giorni all’inaugurazione di Expo – afferma l’editorialista di “Avvenire” Alessandro Zaccuri -. Però questi 305 giorni ci sono, e anche se sono pochi occorre usarli per scrivere quello che è, e dev’essere, un romanzo corale. Occorre giocarsi questa occasione a tutto tondo, e il Rapporto Ambrosianeum mette in luce la molteplicità di aspetti che Expo coinvolge: tra i più interessanti, il tema della povertà alimentare a Milano e la fotografia dell’agricoltura periurbana».

Infine, monsignor Luca Bressan, vicario episcopale per la Cultura della Diocesi di Milano, sottolinea come il significato di Expo stia «nell’imparare a capire chi siamo: il problema di Milano è un problema di identità». Quattro le strade da seguire per Bressan: «Custodire il pianeta, condividere il cibo, educare e pregare», sottolineando le «profonde trasformazioni strutturali in atto a Milano, su cui Expo 2015 permetterà di gettare luce». E un’indicazione per la prossima edizione del Rapporto Ambrosianeum, che si occuperà ancora di Expo: «Studiare le politiche e i legami che nascono attorno al cibo: penso ai tanti negozi e ristoranti di cibi etnici che si diffondono in città. E poi affrontare il tema degli spazi pubblici, come la moschea; incrociare i dati sulla povertà alimentare in città con la presenza demografica dei poveri e dei bisognosi; indagare i rapporti tra cibi e religioni». Perché se Expo permetterà di far luce sulle reali e profonde trasformazioni della città, occorre ricordare che «non ci si nutre di solo cibo, ma di valori».

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