Il direttore del Piccolo Teatro di Milano - Teatro d’Europa, racconta l’impegno portato avanti in questi anni sul palco che ospiterà i «Dialoghi di vita buona»

di Veronica TODARO

Sergio Escobar

Con estremo entusiasmo Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, ha accolto l’idea di mettere a disposizione il palcoscenico per i «Dialoghi di vita buona». «Con entusiasmo, ma non con grande sorpresa – sottolinea -: in generale il teatro è il luogo dove si contribuisce al dialogo, perché per definizione il teatro è proprio questo: si partecipa alla costruzione di una metamorfosi straordinaria, che affonda nel passato, ma che oggi è tanto più necessaria, per passare da individui a cittadini».

Una profonda differenza che il Piccolo Teatro già 13 anni fa, ancora prima delle crisi economiche e del movimento dei migranti, aveva colto: «La stessa identità del cittadino – continua Escobar – era costantemente messa in discussione, se noi non avessimo aperto alle culture di tutto il mondo». Così dal palco sono passati spettacoli recitati in 28 lingue del Sud del Mediterraneo, che hanno fatto registrare il tutto esaurito, con un abbassamento dell’età media e un pubblico con meno di 26 anni. La risposta non è stata quella delle molteplici etnie presenti a Milano, ma dei cittadini «che sono venuti a sentire le differenze di culture. Da questo punto di vista, Milano è un grande laboratorio concreto. La città è il luogo formidabile per questo, il luogo ideale dello scontro e del confronto». E ribadisce: «Si diventa cittadini se dall’io si passa al noi. L’estraneo non esiste, esistono persone che hanno delle relazioni. Un tema che abbiamo messo in testa a tutta l’attività del Piccolo Teatro, già nel 1947 quando è stato fondato».

Sul tema dell’identità si sono pronunciati personaggi famosi invitati al Piccolo, come il sociologo Zygmunt Bauman, lo scorso 4 ottobre. E sui «Dialoghi di vita buona» il direttore sottolinea: «È giusta l’idea di partire dalla città, perché è dalla città che si parte per costruire delle relazioni vere e profonde che toccano l’aspetto quotidiano della vita. La città è la “fabbrica” dei cittadini, il teatro è la “fabbrica” dove gli individui diventano cittadini. Bisogna passare dalla “differenza delle culture” alla “cultura delle differenze” e Milano lo può fare non solo con riflessioni teoriche, ma anche con scelte pratiche che riguardano lavoro, innovazione, giustizia, responsabilità. La buona vita è fatta di cose che si fanno, non solo che si dicono. Il luogo pubblico del noi è sparito dal vocabolario dalla politica e della pratica: c’è l’io, l’individuo sballottato tra mille incertezze. Il teatro quindi è il luogo su cui si sono fatte riflessioni ma soprattutto quello che accade sul palcoscenico crea questa possibilità di riflessioni. La città è affamata di domande e di conoscenza. E spesso ci sono più domande che risposte: c’è una profonda sintonia su questa comunanza di domande e Milano ha bisogno di affermarsi, ripensare e ricostruire una città aperta che insieme ritrovi una identità».

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